
Consolidare la sicurezza
I media ne parlano poco e solo incidentalmente, preferiscono seguire le dichiarazioni di Trump, gli episodici scontri sul Golfo e i vari “piani di pace” pomposamente presentati; ma la guerra intorno a Israele (in Libano e a Gaza, per certi versi in Siria) c’è ancora. Le forze armate israeliane sono all’offensiva per consolidare la sicurezza e garantire che un attacco mortale di sorpresa come il 7 ottobre non sia più possibile; i nemici come Hamas e Hezbollah cercano di conservare quel che possono della loro potenza bellica passata, ricorrendo a trucchi politico-diplomatici (per esempio il “disarmo” promesso da Hamas e mai iniziato), cercando di nascondersi o di trincerarsi nelle loro posizioni fortificate sotterranee. Israele è sottoposto a forti pressioni internazionali, non solo da parte dell’Iran ma anche di Paesi europei e di parte della politica americana che vogliono indurlo a fermare la sua azione, anzi a ritirarsi sulle posizioni di prima del 7 ottobre, accettando in cambio facili parole di rassicurazione. La sua politica è realistica e flessibile: cercare di negoziare il più possibile in tutte le sedi per ottenere il disarmo dei terroristi, senza scontrarsi mai frontalmente con l’amministrazione americana; accettare i progetti di soluzione che sono il frutto di questi negoziati; ma non lasciare che i terroristi violino i loro impegni, prendendo in mano la situazione quando necessario e soprattutto quando le forze che secondo gli accordi dovevano assicurare il disarmo dei terroristi non lo fanno. Così accade in Libano, dove nonostante tutte le belle promesse l’esercito non vuole o non può controllare Hezbollah e le due piccole zone di sperimentazione del suo controllo stabilite dagli accordi sono sostanzialmente fallite, lasciando libero Hezbollah di reinstallarvisi. Ma anche a Gaza, dove dopo quasi un anno dall’accordo, non si è ancora costituita la forza multinazionale che doveva eliminare le armi di Hamas e distruggere i suoi tunnel. Il peso della lotta al terrorismo in tutti e due i casi ricade ancora esclusivamente su Israele.
In Libano
L’importanza e l’efficacia dell’azione israeliana per consolidare la vittoria ai confini si è vista negli ultimi giorni. In Libano l’esercito israeliano giovedì scorso ha conquistato dopo mesi d’assedio la collina rocciosa di Ali Taher, una posizione strategica fondamentale, a circa cinque chilometri a nord dal Castello di Beaufort preso il 6 giugno scorso e a quindici chilometri circa dal confine israeliano. Ali Taher è importantissima perché domina al nord le strade fra la costa libanese, il sud del Libano vicino a Israele dove erano stanziate le forze terroriste e la valle della Bekaa, roccaforte di Hezbollah e collegamento con la Siria: è dunque il centro dello schieramento di Hezbollah. A sud, Ali Taher si trova proprio davanti alla Valle di Houla, che porta al lago di Tiberiade (Kinneret in ebraico) e di qui al centro del Paese. È il punto di partenza e di comando più conveniente per sfondare verso la Galilea. Questa collina, ben difesa naturalmente dalle sue pareti scoscese, è così importante che Hezbollah l’ha fortificata sopra e sotto il terreno con lavori durati quindici anni e finanziati dall’Iran. Conteneva camere di tiro missilistiche, centri elettronici, caserme, viveri e rifornimenti d’armi per numerosi combattenti, attrezzature di comando e controllo. Era insomma il centro fondamentale per far partire l’invasione di Israele che Hezbollah progettava, di dimensioni assai superiori a quella del 7 ottobre. Si tratta di una struttura così importante che dopo l’inizio dell’assedio israeliano a maggio, l’Iran minacciò pubblicamente di reagire con la forza nel caso che Israele avesse attaccato per conquistarla, tanto che l’agenzia Reuters scrisse che nella fortificazione erano presenti numerosi militari iraniani, fra cui alcuni capi importanti. Questa presenza straniera non è stata finora confermata, ma anche questa minaccia dell’Iran come molte altre sue proclamazioni non è stata realizzata. Oltre a questa azione di grande coraggio e rilevanza militare continuano bombardamenti sulle basi di Hezbollah, perquisizioni, eliminazioni mirate dei terroristi.
A Gaza
L’altro fronte prossimo a Israele è Gaza. Qui, di fronte ai trucchi di Hamas, che cerca di mantenere il potere e di salvaguardare le armi e i tunnel di attacco, progressivamente l’esercito israeliano amplia la sua zona di controllo spostando verso il mare la “linea gialla” di confine, in modo da svuotare il territorio, eliminare i terroristi nascosti, distruggere tunnel, fortificazioni, depositi e fabbriche di armi. Un secondo livello di azione che continua è l’eliminazione dei capi terroristi e di coloro che hanno preso parte alle stragi del 7 ottobre, in certi casi alla loro cattura. Si tratta certamente di colpire responsabili diretti di massacri, sequestri e violenze, ma soprattutto di disabilitare la loro organizzazione, di bloccare il loro progetto spesso ribadito di continuare ad assalire i civili israeliani. In questa linea d’azione, martedì scorso si è svolto uno degli episodi più rilevanti: la cattura in pieno giorno a Gaza City di Muein Al-Arabid, capo dell’apparato di sicurezza interna di Hamas nella Striscia di Gaza. La scena è stata spettacolare, con l’arrivo delle forze speciali israeliane in motocicletta, l’eliminazione della scorta del capo terrorista, il suo ferimento, la ritirata coperta dal fuoco dell’aviazione. Ma quel che conta soprattutto è il tesoro di conoscenze che Al-Arabid possiede sui segreti di Hamas: mezzi di comunicazione, rifugi dei capi, depositi d’armi, collaboratori, collocazione dei tunnel, piani d’azione. Nella guerra asimmetrica che conducono i terroristi, queste informazioni valgono più di una battaglia vinta. Sembra che il capo terrorista abbia iniziato a parlare; presto ne vedremo le conseguenze.
Giudea e Samaria
Vi è infine la zona amministrata dall’Autorità Palestinese, dove continua incessante l’azione preventiva dei militari israeliani. L’Autorità Palestinese è chiaramente in crisi, governata da un dittatore novantenne al potere da ventidue anni, benché eletto solo per quattro, piena di corruzione, di scontri sotterranei fra cordate di potere e di affari. La sua influenza è ai minimi storici, ma non bisogna fare l’errore di considerarla “moderata”. L’appoggio al terrorismo c’è ancora tutto, sia nella propaganda interna, sia nei pagamenti di stipendi ai terroristi arrestati e alle famiglie dei terroristi uccisi. C’è anche una “forza di polizia” bene armata di circa 60-80.000 uomini, i cui membri sono spesso coinvolti in episodi terroristici. Per ora non sono segnalate sue azioni militari di vasto livello, ma certamente oggi si tratta della maggiore potenziale minaccia vicino al territorio israeliano. L’azione di sorveglianza e repressione svolta continuamente dai militari israeliani anche nelle zone teoricamente amministrate dall’Autorità Palestinese, ma spesso abbandonate al caos e al potere dei clan, è essenziale per prevenire questa minaccia.













