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    ISRAELE

    La settimana di Israele – Il ritorno del nodo di Gaza e dell’Autorità Palestinese

    Guerra di Gaza o guerra del Golfo?

    A partire dal giugno dell’anno scorso, quando Israele bombardò l’Iran in risposta a un suo attacco e poi all’operazione si unirono gli Stati Uniti, la guerra del Medio Oriente è stata presentata nei media soprattutto come il tentativo di bloccare le ambizioni nucleari e il progetto di egemonia regionale del regime iraniano. A causa dell’approccio contrattuale e dunque sostanzialmente pacifista (invece che bellico e dunque “esistenziale”) di Trump, gli ayatollah hanno ottenuto in questi mesi un grande successo negoziale nel portare la discussione sul loro preteso possesso dello stretto di Hormuz, che prima delle guerra era pacificamente una via d’acqua internazionale non posseduta da nessuno e dunque non soggetta ad autorizzazioni né a pedaggi. A Israele naturalmente il traffico di petrolio dal Golfo Persico interessa fino a un certo punto, dato che il suo approvvigionamento energetico viene da altrove e oggi è anzi prevalentemente coperto dal gas dei giacimenti davanti alle sue coste. Ma l’interesse c’era, eccome, sul progetto di schiacciare “la testa della piovra” che con i suoi tentacoli aveva cercato di circondare e distruggere lo Stato ebraico. E dunque Israele ha partecipato alle campagne contro l’Iran, almeno nei limiti in cui glielo ha consentito l’amministrazione americana, cercando di portarle su un piano più politico, con l’obiettivo finale di eliminare il regime islamista e dunque di liberare anche il popolo iraniano dall’oppressione, oltre che se stesso e tutto il Medio Oriente dalla sua aggressione imperialista.

    La pressione su Gaza

    E però la guerra è iniziata con l’aggressione proveniente da Gaza e viene motivata dall’Iran e anche dalle piazze occidentali con l’appoggio all’obiettivo genocida dei movimenti palestinisti di eliminare gli ebrei “dal Fiume al Mare”. La vittoriosa avanzata israeliana dell’anno scorso che costrinse Hamas ad accettare a ottobre un accordo di cessate il fuoco (i “20 punti” di Trump) che lo richiudeva nella metà della Striscia (oggi probabilmente il 30%), e prevedeva il suo disarmo e l’esclusione dal governo del territorio, cioè in sostanza la sua resa, ha tolto nei mesi scorsi Gaza dalle prime pagine dei giornali e dalle piazze, a parte i soliti deliri su “genocidio” e “bambini uccisi”. Nel frattempo Israele esercitava una pressione crescente sul gruppo terrorista, con la lenta avanzata dei confini (la cosiddetta linea gialla), l’eliminazione delle fortificazioni, delle fortificazioni e dei terroristi che vi si trovavano e inoltre con l’eliminazione mirata dei responsabili del 7 ottobre: una campagna precisa ed efficace paragonabile all’ “Operazione Ira di Dio” con cui a partire dal 1972 furono liquidati i terroristi colpevoli della strage di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco. Questa pressione crescente ha costretto alla fine Hamas a rinunciare all’ostruzionismo che aveva applicato per depotenziare il cessate il fuoco dell’ottobre scorso. Prima, il 6 luglio scorso, Hamas ha annunciato lo scioglimento del Comitato di Emergenza Governativo che amministrava la Striscia di Gaza e la disponibilità a trasferire le responsabilità amministrative e governative al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), l’organo tecnocratico palestinese previsto dai “20 punti”.

    Un dubbio disarmo

    Poi venerdì scorso Hamas ha dichiarato di accettare finalmente anche il proprio disarmo, anch’esso previsto dai “20 punti”, dando la disponibilità a consegnare le armi, in cambio del ritiro di Israele da Gaza e della cessazione delle esecuzione mirate dei propri capi. L’annuncio è stato commentato in termini entusiasti dal presidente Trump come “storico” (e questo non meraviglia, almeno per chi ha confidenza con il suo linguaggio), dandone il merito ai tre Stati che l’hanno mediato, cioè Egitto, Qatar e Turchia, Già questo ringraziamento suscita qualche perplessità, trattandosi di alcuni degli Stati più violentemente anti-israeliani fra quelli non direttamente in guerra con lo Stato ebraico. Ma poi se si guarda nel merito dei diversi comunicati, compresa una lettera a Trump di Hamas, i dubbi aumentano. Quali armi consegnerà il gruppo terrorista? Quelle leggere individuali (fucili e mitra) che a Gaza circolano a decine e forse centinaia di migliaia, o anche quelle più pesanti, come i diversi tipi di missili e droni? Saranno incluse tutte le fabbriche e i depositi? Chi controllerà? E ci saranno anche le mappe delle fortificazioni, che sono state il nucleo dell’organizzazione bellica del gruppo? Chi ne controllerà la completezza? Quando saranno consegnate queste armi? Dopo il ritiro israeliano come vuole Hamas, o prima che esso si realizza, come vuole Israele e prevedevano già i “20 punti”? E saranno consegnate e immagazzinate o veramente distrutte. Chi le custodirà o distruggerà?

    Il ruolo del CNAG

    Si tratta di punti decisivi per capire se si tratta di un vero disarmo dei terroristi o solo di una messa in scena. In particolare l’ultimo punto è decisivo. Hamas rifiuta di consegnare le armi a Israele, e sembra disposta solo a darle al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG). Ma ciò non lascia assolutamente tranquilli, anche se Israele ha dovuto accettare la costituzione del CNAG a gennaio su pressione americana. Il “Commissario Capo” di questo organismo, in teoria “tecnocratico e apolitico” è  Ali Shaath,  un  ingegnere civile palestinese, originario di Khan Yunis, che ha ricoperto incarichi nell’Autorità Palestinese, tra cui vice ministro della Pianificazione e dei Trasporti. Dunque in sostanza un burocrate di Fatah. Costui è stato individuato dagli americani, con la collaborazione dei mediatori, come possibile iniziatore di una nuova gestione della popolazione araba non solo di Gaza ma anche di Giudea e Samaria, un passo che dovrebbe portare alla realizzazione dello “Stato di Palestina”. Gli è stato promesso il controllo di un corpo di “poliziotti” palestinesi addestrati in Egitto (come del resto furono definiti “poliziotti” i membri dei corpi militari dell’Autorità Palestinese, arruolati direttamente dagli Stati Uniti dopo gli accordi di Oslo). Del riferimento politico di questo corpo militare che dovrebbe subentrare a Hamas non si sa nulla e dunque ogni sospetto è lecito.

    Il problema di Israele

    Quel che è in gioco dunque non è solo la verifica del disarmo di Hamas, ma anche la strada prevista dall’amministrazione Trump come ennesimo tentativo di costruzione di uno Stato palestinese, aggiungendo una vernice “tecnocratica” alla gestione attuale e probabilmente integrandovi i membri di Hamas, che secondo questo piano dovrebbero essere amnistiati (e non espulsi) dopo la consegna delle armi individuali. Il governo israeliano attuale, ma in maniera ancor più significativa il prossimo che uscirà dalle elezioni di fine ottobre, dovrà dunque fare i conti con questi progetti, che per quanto si sa non sono stati finora discussi con rappresentati israeliani, neppure all’ultimo incontro fra Trump e Netanyahu. Il primo ministro israeliano ha reagito finora con la consueta abilità politica, non respingendo frontalmente un piano pesantemente avallato dal presidente americano, ma chiedendo precisazioni e ponendo condizioni. Ma è chiaro che dopo essere stata a lungo la nuova guerra del Golfo, ora di fronte all’elettorato israeliano il conflitto si pone nuovamente come la questione della sistemazione dei rapporti con l’Autorità Palestinese e Gaza. Anche perché è sempre più chiaro che l’Autorità Palestinese non può e non vuole condannare Hamas e il 7 ottobre (e analogamente si comportano ormai i partiti arabi nella campagna elettorale israeliana) né vuole davvero smettere di finanziare massicciamente i terroristi condannati o eliminati e le loro famiglie. Inoltre il terrorismo arabo è ripartito con nuovi attacchi in Giudea e Samaria, spesso a opera proprio di militari dell’Autorità Palestinese.

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