
Il nuovo scontro
Da una settimana prosegue la nuova offensiva americana sull’Iran. Sono stati colpiti porti e basi da cui i pasdaran sparano alle navi di passaggio per lo Stretto di Hormuz, ma anche infrastrutture generali come ponti, linee ferroviarie, elettrodotti. Si tratta di attacchi senza dubbio importanti, ma che danno l’impressione di usare solo una parte della potenza americana. Il regime iraniano è in grado per il momento di rispondere sparando missili e droni contro le basi americane negli Stati del Golfo, ma colpendo anche il loro territorio e le loro infrastrutture, per esempio desalinizzatori in Kuwait e impianti petroliferi in Arabia Saudita. Continuano anche gli assalti alle navi che cercano di superare lo Stretto di Hormuz e vi è la minaccia iraniana di spingere gli Houthi a bloccare l’altro stretto della regione, quello di Bab el-Mandeb fra Yemen e Gibuti, ancora più importante perché vi deve passare tutto il traffico diretto al canale di Suez e quindi nel Mediterraneo. In effetti vi è già stato in zona il sequestro di un mercantile.
L’eccezione di Israele
Quel che i bombardamenti iraniani non hanno tentato di colpire finora è il territorio israeliano, cioè quello del vero nemico del regime degli ayatollah, ciò che essi vorrebbero distruggere. Hanno sparato fino in Giordania, ma questa volta non hanno finora provato a bombardare Israele. Ci sono diverse spiegazioni possibili per questa scelta: la prima è la regola della dissuasione per cui è opportuno sempre tenere alcuni degli obiettivi più sensibili di riserva per avere delle minacce da poter fare; la seconda è che la politica israeliana non è facilmente ricattabile su un conflitto dove è in gioco la sicurezza dello Stato ebraico, mentre i Paesi arabi possono piegarsi a ricatti e intimidazioni; la terza è che Israele ha la capacità e la volontà di reagire a eventuali attacchi colpendo in profondità gli obiettivi più sensibili del regime. Sembra che anche alcuni Stati del Golfo, soprattutto Arabia Saudita ed Emirati, abbiano reagito agli attacchi iraniani con missili e droni; ma certamente la risposta israeliana sarebbe molto più dura e devastante per il regime. A tale spiegazione si può associare il rifiuto dell’amministrazione americana di coinvolgere le forze armate israeliane in queste ultime offensive, come pare Netanyahu avesse proposto e certamente avrebbe avuto senso sul piano militare. La ragione sottintesa di questo rifiuto è che Israele, entrando nei combattimenti, avrebbe mantenuto la sua autonomia strategica e non si sarebbe occupato solo del Golfo, ma avrebbe colpito più in profondità e più radicalmente, cercando di mettere in pericolo la sopravvivenza del regime.
La diffidenza dell’amministrazione americana per Israele
Insomma, quel che appare da queste scelte è che i combattimenti in corso non sono una vera ripresa della guerra, ma sono progettati come una forma di pressione per riportare l’Iran alle trattative e preliminarmente a consentire lo svolgimento del traffico attraverso Hormuz: una prospettiva rispetto a cui Israele, che è il vero nemico degli ayatollah, è evidentemente estraneo. Questa analisi è confermata da una battuta di Trump in un’intervista recente (non una dichiarazione ufficiale, dunque, ma uno strumento che il presidente americano usa spesso per comunicare le sue idee politiche). Israele, secondo Trump, farebbe bene a ritirarsi dalle zone cuscinetto in Libano e Siria e a lasciar fare i conti con Hezbollah al presidente siriano Ahmed al-Sharaa che secondo lui è più efficiente in queste cose. Ora al-Sharaa è un jihadista che ha fatto parte in tempi non troppo passati di Al Qaeda e dell’Isis, anche se oggi è ricevuto con tutti gli onori nelle capitali occidentali. I suoi uomini dopo la presa del potere hanno attaccato e cercato di sterminare le minoranze religiose ed etniche come i curdi, gli alawiti (la tribù degli Assad), i cristiani e anche i drusi, che si sono salvati solo grazie all’intervento israeliano e sarebbero certamente massacrati in caso di ritiro. È vero che il regime siriano attuale è nemico di Hezbollah, che sosteneva Assad, ma nella politica mediorientale spesso le alleanze si rovesciano in fretta; certamente invece è protetto dalla Turchia, sempre più ostile a Israele, che senza zona cuscinetto minaccerebbe lo Stato ebraico direttamente dal confine del Golan. La Turchia ha un esercito assai più potente dell’Iran, Trump le ha promesso gli F35 che sono il nucleo della superiorità aerea israeliana e i suoi dirigenti non nascondono il progetto di distruggere Israele. Insomma la richiesta di Trump è pericolosissima e inaccettabile per il governo israeliano, ma corrisponde a una delle richieste chiave dell’Iran. Tutto ciò spiega la divergenza attuale.
Vance
Un altro tassello da considerare è rappresentato dalle recenti dichiarazioni del vicepresidente americano Vance, che senza eufemismi ha accusato componenti del governo israeliano di fare campagne diffamatorie contro di lui e contro il memorandum di intesa con l’Iran, che egli evidentemente identifica con la propria realizzazione politica. Vance evidentemente si posiziona vicino alla corrente antiisraeliana e per certi versi antisemita che ha un certo peso alla destra del Partito Repubblicano e questa può essere una scelta fatta in vista delle prossime elezioni di midterm; ma bisogna pensare che stiamo arrivando ormai a metà del mandato di Trump e il vicepresidente non nasconde le proprie ambizioni di succedergli. Se riuscisse a prevalere nelle primarie, battendo Rubio e gli altri candidati che si presenteranno, potrebbe accadere che fra due anni gli americani dovranno scegliere fra due candidati entrambi antisionisti. È difficile prevedere quali potranno essere i rapporti fra due Stati che affrontano elezioni molto importanti quasi contemporaneamente in autunno (27 ottobre in Israele, 4 novembre negli Usa), ma certo le ragioni per preoccuparsi non mancano.













