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    ISRAELE

    Sbarro, venticinque anni dopo: le vite spezzate e la giustizia mancata

    9 agosto 2001, ore 14 circa. Sono passati venticinque anni dall’attentato al ristorante Sbarro di Gerusalemme. La Capitale d’Israele era nel pieno della Seconda Intifada, e l’incrocio tra King George Street e Jaffa Street, nel cuore della città, era tra i più trafficati della capitale. Lì sorgeva il ristorante Sbarro, ristorante kasher della catena americana, punto d’incontro per i gerosolimitani e tappa amata dai turisti religiosi. Un attentatore di Hamas, Izz al-Din al-Masri, guidato dalla complice Ahlam Tamimi, entrò con una valigetta imbottita di esplosivo, dadi, bulloni e chiodi, e la fece esplodere in mezzo alla folla dell’ora di pranzo. Il bilancio: 16 morti, otto bambini, oltre 130 feriti. Tamimi fuggì e da quindici anni vive libera in Giordania, mai estradata nonostante le richieste di Israele e Stati Uniti.
    A venticinque anni da quel giovedì d’agosto, per chi lo ha vissuto la ferita non si è mai davvero rimarginata.
    Chaya Schijveschuurder aveva otto anni. In un istante perse i genitori, Mordechai e Tzira, e tre fratelli, Ra’aya, Hemda e il piccolo Avraham Yitzhak. Insieme alla sorella Leah fu l’unica della famiglia a salvarsi. Ha raccontato a Ynet l’esplosione mentre era in fila alla cassa, la fuga tra le fiamme scavalcando un pilastro che stava per crollare, i soccorritori che le versarono acqua addosso mentre era ustionata su gran parte del corpo. Solo dopo il funerale, vedendo i fratelli con le vesti strappate in segno di lutto, capì di aver perso quasi tutta la sua famiglia. Oggi ha tre figli, a cui ha dato i nomi dei genitori e della sorellina uccisi, e convive ancora con un’epilessia diagnosticata a 18 anni ed episodi quotidiani che le impediscono di lavorare.
    Tra le vittime c’era anche Malki Roth, 15 anni, fermatasi da Sbarro per un pranzo veloce con l’amica Michal Raziel. Suo padre Arnold e la moglie Frimet, emigrati dall’Australia nel 1988, da quindici anni si battono per ottenere giustizia contro Tamimi: condannata nel 2003 a sedici ergastoli, fu liberata nel 2011 nello scambio di prigionieri per il soldato Gilad Shalit. Da allora vive protetta in Giordania, dove ha persino condotto un programma tv. Nel 2013 gli Stati Uniti l’hanno incriminata e inserita nella lista dei ricercati dell’FBI, ma Amman non l’ha mai estradata. Arnold Roth ha raccontato al Jerusalem Post che non ha alcuna intenzione di fermare la battaglia legale, nonostante gli anni passati senza risultati.
    A perdere la vita quel giorno anche due cittadine americane: Shoshana Greenbaum, 31 anni, incinta al quinto mese del suo primo figlio, e Chana Nachenberg, coetanea, caduta in coma per quasi ventidue anni fino alla morte nel 2023, che portò il bilancio delle vittime a sedici.
    C’è poi una storia parallela, quella di Michal Belzberg, che nel 2001 aveva 12 anni e stava preparando il suo Bat Mitzvah. Dopo l’attentato decise di rinunciare alla festa e destinare i soldi raccolti alle vittime, chiedendo a parenti e amici di donare invece di fare regali. Da quel gesto, che raccolse oltre 100.000 dollari, nacque OneFamily, oggi una delle principali organizzazioni di sostegno alle vittime del terrorismo in Israele. La madre di Michal, Chantal Belzberg, ha raccontato a Ynet il primo incontro con Chaya in ospedale, pochi giorni dopo l’attentato: la ricorda piccola e sofferente, ma capace comunque di sorridere tra le lacrime.

    Photo Credit: OHAYON AVI – Government Press Office

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