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    Mondo

    Gli europei visti da Fauda 5

    La quinta stagione della serie israeliana mette in scena il trauma del 7 ottobre e, con la storia dei foreign fighters francesi, racconta il vuoto ideologico di un’Europa che scambia il terrorismo per rivoluzione.

    La quinta stagione di Fauda colpisce lo spettatore senza pietà, al cuore alla mente allo stomaco, nel mettere in scena il trauma immedicabile del 7 ottobre, lo spartiacque definitivo, l’anno zero di una comunità che si ritrova improvvisamente fragile, fragilissima, e disperata. Proprio come al tempo della distruzione del Tempio di Salomone, “tende le mani Sion e non c’è chi la consoli” (Lam 1,17). Ad ogni azione, ad ogni scelta, ad ogni vendetta, ad ogni atto di giustizia non segue né la catarsi né il perdono né la salvezza: en menachem, non c’è chi consoli Isreale, e i nostri eroi – supereroi, donne e uomini addestrati a tutto e capaci di tutto – non fanno che piangere come bambini.

    Dentro questa cornice autenticamente tragica, Fauda ci racconta un’altra tragedia che trascolorebbe in farsa se non fosse a sua volta causa di distruzione e dolore e morte: la tragedia-farsa dei foreign fighters (qui francesi) che si arruolano e partono per il Medio oriente allo scopo di uccidere il maggior numero possibile di israeliani. Sono ragazze e ragazzi che diresti normali, di buona famiglia, colti, borghesi: e incredibilmente stupidi. Non hanno idea di ciò che succede intorno a loro, scambiano assassini e stupratori per rivoluzionari oppressi, si esaltano per parole d’ordine di cui ignorano il senso, mimano gesti e rituali che li esaltano e li eccitano. I palestinesi li disprezzano profondamente, e se ne servono come kamikaze mandandoli a compiere una strage che non prevede sopravvissuti. E loro ci vanno, spensierati e sciocchi e incoscienti.

    Anne, impersonata da una bravissima Mélanie Laurent, è una donna elegante, di buona cultura, di formazione cattolica, progressista e benpensante. Ha sposato un carnefice di Hamas pensando che sia l’umile contabile di un centro culturale palestinese di Marsiglia, e quando il suo uomo viene ucciso decide di arruolarsi per vendicarlo (la vendetta è il motore immobile dell’intera stagione).

    C’è qualcosa di romantico nel seguire un ideale rivoluzionario, e i giovani europei generazione dopo generazione sembrano non resistere all’appello: ma qui siamo per dir così all’epilogo di una storia cominciata con Ho Chi Minh e Che Guevara. Non c’è più la rivoluzione – ammesso che ci sia mai stata – ed è rimasto soltanto il massacro. Anne ne è inconsapevole, lei e i suoi compagni vivono in una sorte di trance che li acceca ma che non li rende meno responsabili.

    Doron, lo straordinario protagonista di Fauda, qui eroe disperato e tzadik, prova più volte a salvarla proprio perché capisce che Anne non si rende conto di ciò che fa, di dove è finita, di che cosa accade intorno a lei: ed è questo, sorprendentemente, l’unico elemento di umanità in una vicenda soltanto nera.

    Si diceva prima della tragedia che diventa farsa: e c’è in effetti qualcosa di stereotipato nel ritratto dei foreign fighters che stona con l’iperrealismo della serie nel suo insieme. Ma a ben guardare anche questa scelta è dettata dal realismo: perché i ragazzi bianchi di buona famiglia che applaudono Hamas e Hezbollah sono in effetti stereotipi, sono figure bidimensionali, intrinsecamente ridicole. Descrivono il vuoto dell’Occidente, il nichilismo sottile che attraversa l’abbondanza illimitata del nostro mondo, il tarlo feroce che consuma la ragione e induce a disprezzare un’intera civiltà – di cui Israele è parte integrante: e questa in fondo sembra essere la colpa che non può essere perdonata.

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