
Si apre la 43esima edizione del Jerusalem Film Festival, la storica manifestazione cinematografica di Israele. Fino al 19 luglio sono in programma lungometraggi, documentari, cortometraggi, opere sperimentali e classici restaurati, con la maggior parte dei titoli presentati in anteprima mondiale.
Negli anni il festival si è affermato come la principale vetrina del cinema israeliano, spesso trampolino di lancio per film che hanno poi conquistato i principali festival internazionali. L’edizione 2026 conferma questa vocazione, intrecciando storie intime e grandi questioni collettive: la guerra, la memoria, le identità, i conflitti familiari e la ricerca di un nuovo inizio.
Ospite d’onore sarà il regista ucraino Sergei Loznitsa, tra le figure più autorevoli del cinema europeo contemporaneo, che riceverà il premio alla carriera durante la cerimonia inaugurale e presiederà la giuria del concorso dedicato ai lungometraggi israeliani. Sarà presentato anche il suo ultimo film, “Two Prosecutors”, thriller ambientato durante l’epoca staliniana già in concorso al Festival di Cannes. Nel programma trova spazio anche “Babi Yar. Context” (2021), il documentario realizzato in collaborazione con il Babyn Yar Holocaust Memorial Center. Attraverso materiali d’archivio, il film ricostruisce il massacro degli ebrei di Kiev, interrogandosi non solo sulla violenza nazista ma anche sulla complicità della popolazione civile. Saranno oltre venticinque gli ospiti internazionali attesi al festival.

Il concorso Haggiag per i lungometraggi israeliani propone alcuni dei titoli più attesi della stagione. Hadas Ben Aroya presenta “I Can’t Say No to Myself”, storia d’amore tra una ballerina israeliana e un poeta tedesco che si incontrano a Berlino, dove una crisi improvvisa mette alla prova il loro rapporto.
David Ofek e Nahad Bashir firmano “Amal”, racconto di una madre impegnata a salvare il figlio e a interrompere la spirale di vendette che insanguina il suo villaggio mentre la violenza tra clan diventa incontrollabile.
Dopo l’anteprima mondiale al Tribeca Festival arriva anche “The Wedding Entertainer” (The Tale of Moishe Badhan) di Gidi Dar, scritto da Shuli Rand. Il protagonista è un celebre animatore di matrimoni di Gerusalemme, precipitato nell’alcolismo, che tenta un’improbabile rinascita lavorando per un facoltoso americano.

Reduce dalla Berlinale, “Where To”, opera prima di Assaf Machnes, racconta l’incontro tra Hassan, autista palestinese di Uber a Berlino, e un giovane israeliano che continua a salire sulla sua auto. Un road movie urbano costruito sull’incontro tra due identità destinate a confrontarsi.
Tra gli altri film in concorso figurano “Heart of Gold” di Efrat Corem, in cui un controllore di autobus di Ashkelon decide impulsivamente di portare a casa un neonato abbandonato, facendo riemergere antichi traumi, e “What Is to Come” di Ruthy Pribar, già presentato al Tribeca Film Festival, che segue una donna sopravvissuta alla morte mentre tenta di ricominciare una nuova esistenza a Eilat.
Di forte impatto anche il programma del concorso Diamond dedicato ai documentari.
“269”, di Keren Yehezkel-Goldstein e Noam Stolerman, racconta la nascita di un movimento radicale per i diritti degli animali dopo una protesta a Tel Aviv, intrecciando l’attivismo con una storia d’amore.
Con “I Am Neo”, Yael Abecassis segue la lunga riabilitazione di un bambino gravemente ferito in un incidente stradale causato dal suo migliore amico, attraverso centinaia di ore di filmati familiari che diventano un racconto sulla capacità del perdono.
La guerra attraversa invece “Good Morning Gaza”, di Hanan Brandes e Matan Sacofsky, dedicato a un riservista carrista che trasmette un podcast improvvisato per i soldati nella rete radio militare, raccogliendo testimonianze spontanee dal fronte.
“The life of Sarah”, di Shir Huri-Abu, racconta la difficile ricostruzione della vita di una giovane donna che ha lasciato il mondo haredi e scopre di essere incinta, mentre “Find Me, OK?”, di Yola Gidron, segue per due anni la madre e le sorelle di Eden Yerushalmi, ostaggio ucciso dopo il rapimento del 7 ottobre, documentando la loro battaglia per riportarla a casa e il doloroso percorso di elaborazione della perdita.
Tra gli eventi speciali spicca la prima mondiale di “The Survivor in a Tuxedo: In Search of Elie Wiesel”, nuovo documentario di David Fisher dedicato al Premio Nobel per la Pace, che riflette sul peso della memoria, della testimonianza e dell’identità.

Il festival rende inoltre omaggio alla storia del cinema israeliano con le versioni restaurate di “Beyond the Walls” di Uri Barbash e dei cortometraggi “Crows” di Ayelet Menahemi e “A Big Girl” di Nirit Yaron.
Il concorso per cortometraggi presenta sedici opere di fiction, documentario e animazione; il vincitore potrà concorrere per la candidatura agli Oscar. Tra i lavori selezionati figurano “I Once Saw a Train Passing By” di Bar Misochnik, dedicato ai rapporti familiari e al ribaltamento dei ruoli tra generazioni, e “Based on a True Dream” di Ori Arthur Wolf, che trasforma un incubo infantile in un sorprendente esperimento cinematografico condiviso con il padre.
Prosegue anche il concorso dedicato al cinema sperimentale e alla videoarte, realizzato in collaborazione con il Mamuta Art and Research Center, mentre il Wim Van Leer Young Creation Competition offrirà ai migliori studenti delle scuole superiori israeliane la possibilità di presentare le proprie opere davanti al pubblico.
Come da tradizione, il festival si aprirà alla Piscina del Sultano, davanti a circa seimila spettatori.
Il film inaugurale è la prima israeliana di “Tell Me Everything”, il nuovo lavoro di Moshe Rosenthal, già applaudito al Sundance Film Festival, dove ha segnato il ritorno di un lungometraggio israeliano in selezione dopo dieci anni.

Ambientato tra il 1987 e la metà degli anni Novanta, il film segue Boaz, che poco prima del bar mitzvah scopre un segreto sconvolgente sul padre. Anni dopo intraprende un viaggio per ritrovarlo e fare finalmente i conti con un passato mai risolto.
Accanto alla produzione israeliana, il festival ospita una selezione di titoli internazionali di primo piano.
Arrivano da Cannes “Fjord” di Cristian Mungiu, Palma d’Oro 2026, e “Paper Tiger” di James Gray, interpretato da Adam Driver e Scarlett Johansson. Da Berlino arriva invece “Yellow Letter” di İlker Çatak, Orso d’Oro, mentre Paweł Pawlikowski, dopo Ida e Cold War, presenta “Fatherland”, premiato per la miglior regia a Cannes, un intenso road movie ambientato nella Germania del dopoguerra sulle tracce di Thomas Mann.

La sezione Cinemania rende infine omaggio a Roberto Rossellini con il documentario “Roberto Rossellini – Più di una vita”, firmato da Ilaria De Laurentiis, Andrea Paolo Massara e Raffaele Brunetti, dedicato alla crisi creativa vissuta dal maestro durante il viaggio in India. Il film sarà accompagnato dalle proiezioni di tre capolavori del regista: “Viaggio in Italia”, “Paura” e “Germania anno zero”. Completa il programma la proiezione del classico western “3:10 to Yuma” (1957) di Delmer Daves, pietra miliare del western psicologico americano.

Per maggiori info https://jff.org.il/en
Foto principale il Jerusalem Film Festival alla Piscina del Sultano Credit: Jerusalem Film Festival













