
Ho visto il film l’Odissea di Nolan e mi è piaciuto. Al di là di un certo snobismo intellettuale che critica questo film più per impostazione mentale che per reale critica, è chiaro che il film di Nolan non sia un capolavoro della cultura classica. Non è certo come la rappresentazione delle Troiane di Euripide, quella del 1967, del regista italiano Vittorio Cottafavi, un adattamento televisivo che vedeva sulla scena nomi quali Sarah Ferrati, Anna Miserocchi, Enrico Maria Salerno, Piera Degli Esposti e Milena Vukotic. L’Odessa di Nolan non è tutto questo ma resta un film che mi è piaciuto e l’interpretazione della figura di Ulisse mi ha lasciato un messaggio: il vagare di Ulisse è conseguenza della trasgressione della legge di Zeus, nasce dall’uso dell’inganno che non è mai un mezzo legittimo nelle relazioni con gli altri. Sebbene la mitologia greca non preveda precetti o comandamenti trasmessi dagli dèi agli uomini, come invece accade nella tradizione del popolo ebraico, Zeus è considerato il re della giustizia e vigila su coloro che non rispettano la legge dell’ospitalità. Egli punisce chi non accoglie i forestieri e benedice invece chi onora la natura e protegge gli stranieri. Nell’Odissea di Omero, la ‘xenìa’ rappresentava il codice sacro e non scritto che regolava l’ospitalità e il rispetto tra ospitato e ospitante. All’epoca viaggiare era molto complesso e pericoloso. Chi si trovava al di fuori della propria terra di provenienza non aveva diritti e la legge di Zeus era il modo di colmare questa mancanza trasformando lo straniero in una figura quasi sacra. Non a caso il codice imponeva ai padroni di casa di offrire cibo, rifugio e protezione ai viaggiatori prima ancora di chiedere loro chi fossero, dato che chiunque avrebbe potuto essere un dio sotto mentite spoglie. Nella tradizione ebraica, uno dei grandi modelli di ospitalità è il patriarca Abram. La Torà, nella parashà di Vayerà narra come, pur dolorante in seguito alla circoncisione, Abram si sedette all’ingresso della sua tenda nel deserto, esposto al calore del giorno, per essere pronto nell’ospitalità verso chi passava per via. Quando arrivarono gli ospiti, egli li supplicò di restare e offrì loro il miglior cibo che la sua famiglia aveva da offrire.
Oggi l’Hachnasat orchim (l’accoglienza degli ospiti), rimane un importante aspetto per la vita di un Ebreo; in molte famiglia i pasti dello Shabbat e delle festività non sono completi se non ci sono degli ospiti. Molte sinagoghe hanno dei veri e propri comitati dediti all’Hachnasat orchim, il cui compito è quello di assicurare che nessun ospite entri in sinagoga senza esser stato invitato a casa di qualcuno per il pasto. Mangiare alla tavola di qualcuno, essere ospitati ad una festa o ad un pranzo, non è un semplice gesto sociale o di amicizia, ma sia per l’antico mondo greco che per il mondo ebraico, l’ospitalità è una dimensione morale di relazioni sacre che non andrebbero mai ignorate, perché non rispettare l’ospitalità significa distruggere la dimensione sacra della vita, della società, del mondo in cui viviamo. Se abbiamo mangiato alla tavola di qualcuno gli dobbiamo rispetto, sincerità, onore sacro. Ulisse vaga per anni ed anni senza poter tornare a casa perché inganna i Troiani con lo stratagemma del cavallo famoso, ma anche perché più volte trasgredisce, da ospitato, la legge di Zeus e non c’è pace in questo mondo perché dimentica o non rispetta le porte delle case che lo hanno accolto, anche solo per un semplice pasto.
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