
Salutarsi a Tishà BeAv è proibito, lo afferma chiaramente lo Shulchan Aruch (554,20) ed è sempre molto difficile e creativo incontrare persone in questa giornata e trovare forme e modi per salutare…senza salutare. Ci sono quelli che dicono: “Non buongiorno, non buona sera”. Ci sono poi coloro che affermano che in realtà il saluto vietato è quello ebraico più puro e più vero, cioè Shalom, indicando che di Tishà BeAv non c’è Shalom in senso più puro, ma si possono utilizzare formule non ebraiche come ciao, hola, hello. Una volta ho letto che alcuni usano augurarsi “A Gitten Chorben”. Inizialmente sono rimasto piuttosto scioccato leggendo questa espressione, che letteralmente significa qualcosa come: “Una buona distruzione”.
Così ho deciso di approfondire l’argomento e ho effettivamente trovato la stessa espressione in alcuni siti internet che non sono sempre fonti affidabili e quindi resto tuttora alla ricerca di fonti.
Personalmente, da sefardita, io conosco un’altra espressione di saluto per questo giorno di ricordo doloroso.
La comunità ebraica portoghese di Amsterdam, ma l’uso si può sentire anche nelle sinagoghe di rito spanish and portuguese di New York e Londra, ha l’usanza di dire, dopo la lettura di Eichah e Kinot nella grande sinagoga buia, la seguente breve frase come segno di saluto: “Morir habemos”, espressione alla quale si risponde: ” Ya lo sabemos”.
È una combinazione di spagnolo e portoghese e significa: “Moriremo”, risposta: ” Certo lo sappiamo.”
Non siamo ovviamente all’interno di codici educativi allegri, ma è Tishà BeAv, c’è poco da stare allegri,
Conosciamo il noto passo del Talmud che proclama:
כל המתאבל על ירושלים זוכה ורואה בשמחתה – תענית ל ע”ב
Possiamo tradurre questo passo in questo modo.
“Coloro che piangono per Gerusalemme meriteranno di vederla gioire” (Talmud Bavli, Tractate Taanis, 30-2)
Potrebbe essere quindi che quando qualcuno dice “A Gitten Chorben” a un conoscente o gli ricorda che dobbiamo morire, in effetti intenda augurare all’altra persona di meritare di adempiere alla Mitzvah dei nostri saggi (כל המתאבל על ירושלים זוכה ורואה בשמחתה) e successivamente meritare di vedere Gerusalemme nella sua gioia.
Come a dire: non sprecare questa giornata solo digiunando e pregando, prova a connetterti profondamente al dolore collettivo del nostro popolo per la distruzione del Bet HaMikdash e di Yerushalaim perchè attraverso questa profonda connessione potrai vederne la gioia. Tishà BeAv non è un semplice giorno di ricordo e consapevolezza del dolore del nostro popolo, il punto di partenza di ogni angoscia e di ogni difficoltà, Tishà BeAv è anche l’occasione che abbiamo per comprendere profondamente quel dolore, le sue cause, i motivi della sua esistenza e cambiarli per sempre. In questo senso, quel morir habemos degli ebrei di tradizione spagnola e portoghese ci viene a dire che non siamo noi a dover morire, ma sono tutte le condizioni di ognuno di noi che fanno in modo che non venga Mashiach e con lui la gioia di Yerushalaim. Devono morire i nostri codici ipocriti di comportamento, il nostro ‘lashon hara’, la politica che invade lo spazio dell’etica, la nostra codardia di fronte alla difesa dei veri valori ebraici di empatia, sensibilità, rispetto. Deve morire una sorta di condizionamento atavico che troppo spesso separa e distrugge ed al suo posto dovremmo porre la forza di costruire ed andare oltre le ragioni i torti presunti o veri che siano. Morir habemos ma per poter rinascere proprio in questo giorno di Tishà BeAv.
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