
Fu il più grande geografo italiano del Novecento. La sua esistenza, però, attraversò due guerre mondiali e l’incubo delle leggi razziali, che lo allontanarono dall’insegnamento. Questa è la storia di Roberto Almagià: lo scienziato che sfidò le ideologie continuando la sua opera tra gli archivi della Biblioteca Vaticana.
Nacque a Firenze il 17 giugno 1884 in una importante famiglia ebraica. Nel 1894 si trasferì con la famiglia a Roma, dove frequentò il liceo classico “Tasso” e poi la facoltà di lettere all’Università “La Sapienza”. Qui fu subito attratto dal magistero di Giuseppe Dalla Vedova, uno dei massimi esponenti della geografia italiana del tempo, di cui divenne il discepolo prediletto.
Dopo la laurea, intraprese la carriera accademica, insegnando dapprima in istituti tecnici a Terni, L’Aquila e Napoli. Nel 1911, a soli ventisette anni, vinse il concorso per la cattedra di geografia all’Università di Padova e nel 1915 passò a quella di Roma, dove insegnò fino al 1959, fatta eccezione per il periodo delle persecuzioni razziali. In questo lungo arco di tempo, formò un’intera generazione di geografi che sarebbero poi diventati punti di riferimento della disciplina.
Almagià era uno scienziato dalla cultura enciclopedica. La sua produzione scientifica è vastissima e copre quasi sessant’anni di attività, spaziando dalla geografia fisica a quella umana, dalla storia delle esplorazioni alla geografia politica. Tra le sue opere più importanti: “Studî geografici sulle frane in Italia” (1907-1910); “L’Italia di G. A. Magini” (1922); e i monumentali “Monumenta Italiae cartographica” (1929) e “Monumenta cartographica Vaticana” (1944-55).
Ricoprì ruoli di primo piano nelle più prestigiose istituzioni culturali italiane. Fu direttore della sezione geografica dell’Enciclopedia Italiana (1925-1937), condirettore della Rivista geografica italiana e socio nazionale dell’Accademia dei Lincei dal 1932. La sua figura fu centrale nel dibattito scientifico del tempo, agendo come anello di congiunzione tra la scuola romana del suo maestro Dalla Vedova e quella fiorentina di Olinto Marinelli, divenendo l’indiscussa guida della geografia italiana per oltre quarant’anni.
La stagione buia: le leggi razziali e la rinascita.
La vita e la carriera di Almagià subirono una brusca interruzione nel 1938, con l’emanazione delle leggi razziali fasciste. Fu espulso dall’Università “La Sapienza”, e costretto a lasciare l’insegnamento universitario, l’Accademia dei Lincei e la direzione dell’Enciclopedia Treccani. Aveva 54 anni ed era al culmine della carriera. Fu un colpo durissimo per la scienza italiana. Non fu solo un sopruso contro un uomo, ma un impoverimento per l’intero paese.
La sua competenza e la sua intelligenza trovarono tuttavia un aiuto e rifugio insperato. Papa Pio XII lo accolse come cartografo presso la Biblioteca Apostolica Vaticana e lì poté continuare e pubblicare i suoi studi, dedicandosi in modo particolare alla cartografia, con la preziosa possibilità di studiare le quaranta carte affrescate nella celebre Galleria delle Carte Geografiche e dare alle stampe i suoi monumentali lavori sulla cartografia vaticana.
Dopo la fine della guerra, nel 1945 fu pienamente reintegrato nella sua cattedra all’Università di Roma, che tenne fino al 1959. Fu presidente della Società Geografica Italiana (1944-1945), coordinatore del Comitato per la Geografia del CNR e vicepresidente dell’Unione Geografica Internazionale.
La sua grandezza fu riconosciuta ben oltre i confini italiani. Nel 1923 ricevette il prestigioso premio “Malte-Brun” dalla Société de Géographie di Parigi; nel 1952 l’American Geographical Society gli conferì la “Cullum Geographical Medal”, e nel 1958 la Royal Geographical Society di Londra lo insignì della “Victoria Medal”.
Roberto Almagià morì a Roma il 13 maggio 1962. La sua eredità, però, è ancora oggi viva e pulsante. L’Associazione “Roberto Almagià” dei collezionisti di cartografia antica e i continui studi e convegni a lui dedicati testimoniano l’ammirazione per un uomo che, con la sua instancabile ricerca, ha saputo tracciare la rotta della geografia italiana nel mondo. È stato uno studioso che ha passato la vita a capire e descrivere il mondo: come sono fatte le montagne, perché le città nascono in certi punti e come sono cambiati nel corso della storia i confini e le stesse carte geografiche.
La sua storia, in un momento nel quale si parla tanto di memoria, ci ricorda due cose: che la scienza non ha colore né religione, e che le leggi razziali determinarono un taglio netto nella vita di scienziati come lui. Quando si guarda una mappa si dovrebbe guardare e tenere presente il coraggio di chi ha continuato a disegnarla, anche quando gli avevano tolto il diritto di insegnare come farlo. Questo era Roberto Almagià.

Venerdì 12 giugno 2026 alle 9.30, presso La Sapienza Università di Roma, Facoltà di Lettere e Filosofia – Aula di Geografia, si terrà il Convegno di studi “Dal Gabinetto al Museo della Geografia. Il mondo di Roberto Almagià tra ricerca, didattica e terza missione”














