
Si può essere ebrei senza saperlo? È questa la domanda al centro del romanzo autobiografico di Lucetta Scaraffia, “Ebrei senza saperlo – Memorie nascoste”, pubblicato da Raffaello Cortina Editore.
L’autrice ha presentato il libro presso la Casina dei Vallati, in un evento organizzato dalla Fondazione Museo della Shoah e dal Museo Ebraico di Roma, con il contributo della Comunità Ebraica di Roma e della libreria Kiryat Sefer.
Il presidente della Fondazione Museo della Shoah, Mario Venezia, ha portato i saluti istituzionali, sottolineando come il lavoro della Fondazione “non si limiti solo a ciò che è accaduto durante la Shoah e a quel che si poteva fare, ma abbia anche uno sguardo al futuro e alla contemporaneità”.
Hanno dialogato con l’autrice il Rabbino Capo Riccardo Di Segni e il giornalista e politico Antonio Polito.
Lucetta Scaraffia, storica e giornalista, ha scoperto per caso le proprie origini ebraiche: durante una visita dermatologica, la dottoressa Pellegrini notò una malattia della pelle tipica degli ebrei ashkenaziti. Fu così che Scaraffia entrò in contatto con le proprie radici familiari, derivanti dalla nonna paterna che si convertì, arrivando persino a omettere sulla tomba il cognome ebraico “Wildt”, a cui Lucetta riuscì a risalire grazie al certificato di nozze.
Una scoperta che ha condotto l’autrice in una ricerca identitaria, portandola a investigare sul passato della sua famiglia fino a risalire a radici che rischiavano di andare perdute. Ma il suo racconto non è solo legato al passato: ha infatti portato alla luce il fenomeno dell’occultamento e della cancellazione dell’ebraismo che ha riguardato molte persone, soprattutto nei periodi di persecuzione e di forte antisemitismo in Italia e nel mondo.
“Sono venuta in contatto con diverse storie analoghe – ha raccontato Scaraffia – e questo mi ha fatto capire che, se così tante persone e famiglie avevano paura di essere ebree, era per via della presenza dell’antisemitismo e di una grande paura tra gli ebrei in Italia. Una paura che ha fatto sì che anche nelle generazioni successive venisse nascosta l’origine ebraica”.
Un romanzo che pone diversi interrogativi riguardo all’identità ebraica e alla sua definizione; fra questi, “Chi è ebreo?”, tema a cui ha fatto riferimento il vicepresidente della Comunità Ebraica di Roma Alessandro Luzon, commentando: “Questo è il filo conduttore che più mi ha colpito e a cui ognuno di noi dà risposte differenti in varie situazioni”.
Il giornalista Polito ha ripreso questo concetto, definendo la storia di Lucetta un’inchiesta su chi sia da considerarsi ebreo e su come venga definita “l’essenza dell’ebraicità”. Polito ha aggiunto: “Questo racconto suscita riflessioni importanti e contemporanee per l’epoca in cui viviamo, anche sull’uso di termini quali antigiudaismo, antisemitismo e sionismo, in un momento storico in cui la memoria della Shoah viene messa a rischio o persino banalizzata”.
Il Rabbino Capo ha poi affrontato il ruolo del patrimonio genetico e della sua trasmissione nell’ebraismo, legato alla figura materna, che oggi va analizzato anche alla luce dei moderni metodi di concepimento come la fecondazione assistita. Un fattore che Rav Di Segni ha definito “non completamente determinante nella definizione di ebreo”, poiché anche la conversione riveste un ruolo significativo.
Rav Di Segni ha inoltre riaffermato il tema della cancellazione dell’ebraismo: “Molte persone hanno nascosto o addirittura cancellato le proprie radici ebraiche per paura o per trauma dovuti all’ostilità antiebraica e alle persecuzioni, vivendo tali origini come un terribile segreto da non rivelare”.
La storia di Lucetta ha dunque acceso un faro sul passato di molte persone segnate dal tentativo di nascondere la propria identità ebraica per salvarsi la vita. Un fenomeno che oggi diventa un tema contemporaneo non solo per via della forte ostilità nei confronti degli ebrei, ma anche grazie alle storie di chi, come lei, è riuscito a risalire alle proprie origini ebraiche nonostante fossero state celate e rimosse per generazioni.














