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    Cultura

    L’abito da sposa di Annetta Levi torna sotto la Chuppà: una storia d’amore e di memoria

    Ci sono abiti che raccontano la moda e ci sono abiti che raccontano la vita: quello appartenuto ad Annetta Treves, mamma di Carlo Levi, appartiene a questa seconda e più rara categoria. Osservarlo oggi ritornare sotto la Chuppà del Museo di arte e storia ebraica antica della Comunità di Casale Monferrato significa andare oltre la stoffa, il taglio, il ricamo, la silhouette di un’epoca, per entrare, quasi in punta di piedi, nella memoria di una famiglia e avvicinarsi alla figura di una donna che, attraverso quell’abito, torna a essere presente tra le antiche mura monferrine.

    È il fascino degli oggetti che perpetrano il cuore di chi li ha posseduti, i frammenti di un’esistenza, conservano una forma, un colore, una consistenza e insieme custodiscono tutto ciò che non può essere più raccontato direttamente. Nel caso dell’abito di Annetta Levi, il valore è ancora più forte perché dietro c’è la storia di una famiglia della borghesia ebraica torinese, di un ambiente colto e raffinato nel quale sarebbe cresciuto un protagonista importante della cultura italiana del Novecento: scrittore, pittore, medico, intellettuale e uomo profondamente legato alla memoria.

    Carlo Levi, nato a Torino nel 1902, avrebbe trasformato molte delle proprie esperienze personali e familiari in materia di riflessione, pittura e scrittura. La sua opera più celebre, “Cristo si è fermato a Eboli”, nata dall’esperienza del confino in Basilicata negli anni Trenta, sarebbe diventata uno dei grandi libri della letteratura italiana del Novecento.

    La moda femminile tra Ottocento e primo Novecento aveva una dimensione quasi rituale. Un abito poteva accompagnare un momento decisivo dell’esistenza: un matrimonio, una festa, una cerimonia, una serata importante e spesso, proprio per questo, finiva per diventare una reliquia domestica, lo si riponeva con cura, si proteggeva dalla luce, dalla polvere, dall’umidità. Passavano gli anni e il vestito rimaneva lì, silenzioso, mentre cambiavano le persone, le case, le città e il mondo.

    Annetta Treves si sposò nel 1897, alla sinagoga di Torino con Ercole Raffaele Levi; lei aveva 22 anni, lui 27, entrambi torinesi. Annetta era figlia di Claudio Treves, direttore de L’Avanti! e uno dei leader storici del Partito Socialista Italiano; Ercole era un agiato e colto commerciante. Alla giovane coppia nasceva una prima figlia, Luisa, poi psichiatra, seguita dopo due anni da Carlo e due anni dopo da Riccardo, ingegnere, e infine Adele detta Lelle, anche lei pittrice. Genitori e figli furono sempre molto legati gli uni agli altri, vivendo spesso insieme anche da adulti, in particolare nella villa di Alassio, arroccata sulla collina ligure. Qui alcune stanze sono affrescate da Ercole, una al piano terra ricorda la vigna. La collina, con la sua rigogliosa natura mediterranea, divenne il soggetto prescelto per i quadri di Carlo con alberi di carrubo quasi umani, di Lelle e negli anni dei nipoti Stefano, figlio di Riccardo, e Guido, figlio di Lelle.

    L’abito è giunto a Casale Monferrato seguendo un po’ le vicende famigliari e un po’ l’amore per l’arte. Lelle sposa Edoardo (Dino) Sacerdoti e si trasferisce a Napoli. Ha tre figli Guido, Franco e Paola. Molti anni dopo la scomparsa della madre Lelle, Guido vuota un vecchio cassettone di famiglia e trova l’abito. Sa che è l’abito da sposa della nonna Annetta, lo mostra a sua cugina Annie Sacerdoti, che si occupa di patrimonio artistico ebraico. Da lì nasce l’idea di donarlo al Museo di Casale Monferrato in ricordo della famiglia materna così legata al Piemonte. Negli anni l’abito ha subito importanti lacerazioni e presentava segni di consunzione, grazie a una generosa donazione dei famigliari in ricordo del notaio Roberto Gabei, Presidente della Fondazione Casale Ebraica ETS dal 2015 al 2025, oggi, in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica, dopo un impegnativo intervento di consolidamento e di pulitura delle restauratrici Tiziana Assogna e Agata La Spina l’abito è tornato a splendere sotto la Chuppà.

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