
Un libro per ricostruire i fatti e interrogarsi sulle cause. È questo l’obiettivo de La nuova accusa del sangue, il volume scritto dall’ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, Yehiel Leiter, insieme al suo staff e presentato a Roma nella Sala Capitolare presso il Chiostro del Convento di Santa Maria sopra Minerva, su iniziativa del senatore Giulio Terzi di Sant’Agata.
Il libro vuole rispondere a due domande: «Che cosa è successo?» e «Perché è successo?». Alla prima risponde attraverso dati e informazioni; alla seconda dedica una riflessione sulle dinamiche politiche, culturali e ideologiche che hanno accompagnato il conflitto con Hamas e il modo in cui è stato raccontato dai media e dalla propaganda.
Nella prefazione, l’ambasciatore Leiter mette in guardia il lettore dal rischio che i fatti vengano filtrati attraverso convinzioni consolidate: «Per quanti traggono piacere dal denigrare Israele, questo testo conterà poco. Come i prigionieri della caverna di Platone, continueranno a scambiare le ombre per la realtà e si rifiuteranno di lasciare che la luce del sole – la verità – li sconvolga».
L’incontro è stato moderato da Matteo Angioli, segretario generale del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”, che ha definito il volume «un libro che vuole portare chiarezza nella marea di disinformazione che ha travolto il conflitto israelo-palestinese».
A sottolineare il significato della pubblicazione, a pochi giorni dal terzo anniversario del 7 ottobre, è stato il senatore Giulio Terzi. L’attacco del 7 ottobre, ha affermato, rappresenta «una delle più grandi atrocità commesse contro il popolo ebraico», indicandolo come l’innesco di una lotta finalizzata alla distruzione dello Stato di Israele e della nazione ebraica nel mondo.
Il libro, ha spiegato il senatore, offre dati utili alla ricostruzione del conflitto, in contrapposizione a quelli che definisce «dati falsi diffusi dalle autorità palestinesi di Gaza», accusando il sistema di Hamas di essere riuscito a far penetrare nei media, nell’opinione pubblica e nelle università «il concetto che esiste una risposta volta al genocidio del popolo palestinese».
L’ambasciatore Leiter non ha potuto partecipare al convegno, come inizialmente previsto. La ragione è legata alla sua stessa storia familiare, profondamente segnata dalla guerra. Uno dei suoi figli è morto a Gaza nel 2023, mentre un secondo figlio è rimasto gravemente ferito in un attacco terroristico in Cisgiordania a settembre 2026.
A rappresentare l’Ambasciata di Israele negli Stati Uniti è stato quindi Roi Berger, advisor presso la sede diplomatica israeliana a Washington. Berger ha combattuto sul campo contro i terroristi che avevano attaccato il kibbutz di Kfar Aza il 7 ottobre e ha riportato in sala la memoria di quelle ore: l’orrore della devastazione, l’odore indescrivibile delle case bruciate e dei cadaveri.
«Abbiamo ucciso oltre dieci terroristi e salvato più di cinquanta persone. Eppure, l’8 ottobre, mentre combattevo ancora a Kfar Aza, eravamo già accusati di genocidio», ha raccontato. «Cinque giorni dopo non sapevamo ancora quante persone erano state rapite o uccise e stavamo ancora pulendo il sangue dalle strade, quando alcuni accademici già ci accusavano di genocidio».
Berger ha ricordato anche Yaron Lischinsky e Sarah Milgrim, i due funzionari dell’Ambasciata israeliana a Washington uccisi all’esterno del Capital Jewish Museum nel maggio 2025 all’urlo di «Palestina libera». Secondo Berger, quella vicenda rappresenta la prosecuzione, su un altro terreno, dello stesso conflitto: «I due campi di battaglia sono diventati uno solo: quello fisico, a Kfar Aza, e quello antisemita, a Washington e in tutta Europa».
Il filo conduttore dell’incontro è stato proprio il rapporto tra fatti e narrazione. Un conflitto che, secondo i relatori, non si combatte solo sul terreno militare, ma anche attraverso le parole, i numeri e le immagini che arrivano all’opinione pubblica, soprattutto attraverso i social media e la stampa.
L’ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, ha sottolineato che «non è solo una guerra combattuta con le armi, ma anche con le parole. La narrazione non può sostituire i fatti. Uno dei compiti fondamentali di noi diplomatici è cercare di prevenire guerre, ridurre tensioni e favorire condizioni per la pace».
Fiamma Nirenstein ha insistito sulla necessità di ristabilire la verità dei fatti. Ha spiegato come l’eliminazione degli ebrei non si sarebbe fermata alle atrocità del 7 ottobre, ma avrebbe assunto nuove forme dopo quella data: «L’eliminazione – shoah – è proseguita con l’eliminazione degli ebrei dalle gare ciclistiche, dai festival cinematografici, dalle università. È questo che sta accadendo sotto gli occhi di tutti».
La domanda, ha osservato Nirenstein, è come si sia arrivati a questo punto. La sua risposta parte da un processo culturale che, a suo giudizio, avrebbe sedotto «persone per bene che credono nei diritti umani e nel progresso» attraverso uno «svuotamento dei valori» e il loro trasferimento nella narrazione della lotta contro l’«imperialismo» e l’«oppressione». La conclusione è netta: «L’antisemitismo è solo responsabilità degli antisemiti. Gli ebrei non hanno responsabilità delle cose che vengono loro attribuite. Dobbiamo affermare la nostra verità. La verità è la nostra arma. Ecco i dati: ve li diciamo perché amiamo la verità».
Anche Monique Sasson, vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha posto l’accento sulla disinformazione, soffermandosi in particolare sui rischi legati all’intelligenza artificiale e sulle strategie adottate da alcuni Stati contro le fake news e la «tecnologizzazione» dei propri cittadini.
«Genocidio è una parola vera, usata in modo falso. È la parola più grave del diritto internazionale e oggi viene usata come slogan», ha affermato Sasson.
È intervenuto anche Claudio Velardi, direttore del Riformista, che ha ricordato che «il 27 ottobre Israele vota e da qui ad allora la campagna anti-israeliana e antisemita crescerà a dismisura. La risposta di Israele sarà la più semplice e forte: andare alle urne».
La traduzione è stata possibile anche grazie a Bonnie Rose, autrice del podcast cristiano L’Aquila in volo, che ha sottolineato come il lavoro dell’ambasciatore possa «restituire strumenti necessari per distinguere i fatti dalla propaganda e la realtà dalle narrazioni costruite ad arte».
Marco Carrai, console onorario di Israele in Italia, ha ripercorso i meccanismi attraverso i quali l’antisemitismo trasforma progressivamente gli ebrei in carnefici, legittimando l’ostilità nei loro confronti fino a rendere accettabile la loro persecuzione. «Prima arriva la menzogna, poi arriva il colpevole e poi l’odio si può trasformare in violenza». Secondo Carrai, quando si parla di antisemitismo si può discutere, ma esiste una responsabilità particolare nell’uso delle parole.
Lo psicoanalista David Meghnagi ha parlato di «psicosi di massa», richiamando anche una riflessione di Freud indirizzata a Thomas Mann: «Mi auguro che le parole del poeta tengano conto che le parole sono azioni. Le parole sono azioni e dobbiamo tenerlo presente».
Tra gli altri interventi anche quello di Benedetto Sacerdoti, già portavoce del Forum Famiglie degli Ostaggi, che ha ricordato alcune delle vittime e, in particolare, Oded Lifshitz. Ne ha richiamato l’impegno nel dialogo con i palestinesi e nell’aiuto ai malati oncologici palestinesi che necessitavano di cure in Israele. Lifshitz, ha ricordato Sacerdoti, è stato comunque rapito e assassinato dai terroristi a Gaza.
Il testo presentato si propone come un monito sulla necessità di tornare ai fatti. Dati e testimonianze diventano strumenti per affrontare una guerra che, secondo i relatori, non si combatte solo militarmente, ma anche nello spazio pubblico, nella società civile, nelle università e attraverso il linguaggio. L’obiettivo del volume è offrire informazioni utili a orientarsi nella complessità del conflitto in Medio Oriente e in una dinamica sempre più segnata da narrazioni contrapposte, propaganda e guerra dell’informazione.













