
Yafa Adar. 85 anni. Il 7 ottobre è stata rapita dal letto di casa sua, in pigiama. Una maglietta di color beige. Una copertina rosa, a fiori. I capelli bianchi arruffati. I terroristi di Hamas l’hanno caricata su due automobili: prima su una golf cart, poi, superato il confine, su una quattro posti particolarmente stretta. E l’hanno ripresa, i terroristi. Filmata, fotografata, da tutte le angolazioni. Come un trofeo. Quattro energumeni gazawi armati la circondano, ridono sguaiati, la mostrano alle telecamere, indicandola divertiti. Euforici. E lei sorride. Si guarda intorno, poi punta lo sguardo sull’obiettivo del cellulare che la sta riprendendo, e di nuovo sorride. E di nuovo si guarda intorno. Osserva il panorama incuriosita.
Yafa è serena. Tranquilla. Rappacificata. Sembra impegnata in una piacevole gita con le amiche o in un viaggio di famiglia. Di certo non sembra l’ostaggio di quattro terroristi islamisti. Intanto i media israeliani analizzano quelle immagini diventate virali in rete in tempo reale. Trapela così la notizia che Yafa Adar soffre di demenza senile. I giornalisti raccontano che l’anziana signora è smarrita. Non sa chi sia. Dove sia. Con chi sia. Ma i familiari smentiscono: Yafa è lucidissima. Non soffre di alcuna forma di demenza. Eppure loro stessi non si spiegano quanto visto nei filmati. Com’è possibile che loro madre sorrida ai carnefici? È forse questa una naturale reazione allo shock subito? Ipotizzano. Soffre forse della sindrome di Stoccolma? Azzardano.
Dopo la sua liberazione, Yafa ha rilasciato un’intervista alla stampa israeliana nella quale ha raccontato: «Ero sicura che quelli fossero i miei ultimi istanti di vita e, vedendo che i terroristi mi stavano filmando, ho pensato ai miei familiari. Ai miei figli. Ai miei nipoti. Sapevo che presto avrebbero visto quelle immagini e non volevo che si preoccupassero. Volevo che mi ricordassero così: forte, sicura, felice, sorridente». Quando l’intervistatrice le ha chiesto come abbia fatto a sopravvivere a 49 giorni di cattività alla sua veneranda età, Yafa ha risposto: «Ripensavo alle canzoni di Andrea Bocelli che tanto amo. Le canticchiavo e mi sentivo di nuovo libera, nel salotto di casa mia».

Sono trascorsi tre anni da quel 7 ottobre. Tre anni nei quali Israele è cambiato, forse per sempre. È diventato più diffidente, più inquieto, consapevole che anche le certezze più solide possono crollare in poche ore. Israele ha perso l’innocenza, non la volontà di vivere. Ha imparato che la forza non consiste nel non avere paura, ma nel decidere quale volto mostrare alla paura. È questo ciò che ha fatto Yafa Adar su quell’automobile diretta a Gaza. Non poteva scegliere il proprio destino, ma poteva scegliere l’immagine da lasciare ai figli e ai nipoti. Non poteva impedire ai terroristi di trasformarla in un trofeo, ma poteva sottrarre loro la vittoria più importante: quella sul suo spirito.
In quel sorriso non c’era ingenuità. C’era resilienza. La stessa che, dal 7 ottobre, attraversa Israele: un popolo ferito che continua a cantare, a costruire, a generare vita. Come Yafa, che nella prigionia si aggrappava alle canzoni di Bocelli, Israele continua a canticchiare nel buio. Non perché il dolore sia finito, ma perché nessun terrorista possa convincerlo di non essere più libero.
In questi tre anni Israele ha combattuto e pianto. Ha accolto gli sfollati, riportato a casa gli ostaggi, curato i feriti, riunito comunità e riscoperto una solidarietà che sembrava smarrita. Ma il lavoro è ancora lontano dall’essere concluso: restano famiglie da ricomporre, città da risollevare, traumi da elaborare e una fiducia profonda da ricostruire. La sfida, oggi, è edificare un Israele più unito e più sicuro di quella che esisteva prima del 7 ottobre. Il cammino è ancora lungo, ma il popolo israeliano non teme le sfide: le affronta, cade, si rialza e continua a camminare. Senza mai perdere la speranza.












