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    Viaggio a Gondar: ciò che resta degli ebrei etiopi

    A Gondar, nel nord dell’Etiopia, la preghiera può iniziare con un gesto semplice: condividere uno dei pochi siddurim disponibili. Accade in una comunità legata alla storia degli ebrei etiopi, dove migliaia di persone vivono ancora in condizioni difficili e attendono, spesso da anni, di potersi ricongiungere con i propri familiari in Israele.

    A raccontare questa realtà è stato nei giorni scorsi Rabbi Jason Weiner, senior rabbi ed executive director dello Spiritual Care Department del Cedars-Sinai di Los Angeles, in un reportage pubblicato dal Jewish Journal, testata indipendente della comunità ebraica della Greater Los Angeles. Weiner ha visitato Gondar nelle scorse settimane insieme a un piccolo gruppo di rabbini americani, incontrando la comunità locale, le sue scuole, la clinica gratuita e i responsabili delle organizzazioni che operano sul territorio. 

    Secondo il suo racconto, a Gondar vive una comunità di circa 14.000 persone legata alla storia dei Beta Israel e dei Falash Mura, realtà il cui status religioso e migratorio resta complesso. Molti hanno familiari già trasferiti in Israele e coltivano da anni la speranza dell’aliyah. La povertà è profonda: molte famiglie abitano in case estremamente semplici, spesso composte da una sola stanza, mentre l’accesso all’elettricità non è sempre garantito e le strutture sanitarie faticano a rispondere ai bisogni della popolazione.

    Nel reportage, Weiner racconta una preghiera collettiva in cui grandi gruppi di persone seguono il chazan, che recita le preghiere ad alta voce prima in amarico e poi in ebraico. I siddurim sono pochi, ma molti tengono in mano fotografie di parenti lontani: figli, fratelli, genitori che vivono in Israele e dai quali sono separati da anni. Al termine della preghiera, la comunità intona spontaneamente Am Yisrael Chai, trasformando la distanza in un’espressione di appartenenza e speranza.

    Le difficoltà materiali restano però enormi. Le organizzazioni che sostengono la comunità devono fare i conti con risorse limitate e bisogni urgenti: alimentazione, igiene, assistenza sanitaria, istruzione, sostegno alle famiglie più vulnerabili. Weiner cita in particolare l’attività di SSEJ, Struggle to Save Ethiopian Jewry, impegnata nel sostegno alla comunità, e descrive il peso di scelte quotidiane dolorose: destinare fondi al cibo, alla salute, all’igiene o a necessità individuali particolarmente gravi.

    Accanto ai bisogni materiali emerge anche una richiesta religiosa e formativa. Quando ai membri della comunità viene chiesto di cosa abbiano bisogno, la risposta non riguarda soltanto denaro o beni di prima necessità. C’è anche il desiderio di rafforzare la vita ebraica, imparando a scrivere mezuzot, praticare la shechità e accompagnare correttamente il brit milah. Un segno di una comunità che, pur nella fragilità delle condizioni quotidiane, cerca di custodire e trasmettere la propria identità.

    Questa speranza è strettamente legata a Israele e alla storia degli ebrei etiopi. Negli anni Ottanta migliaia di persone lasciarono l’Etiopia affrontando viaggi lunghi e pericolosi, spesso attraverso il Sudan, nel tentativo di raggiungere Israele. Tra il 1984 e il 1985, l’Operazione Mosè portò in salvo migliaia di ebrei etiopi; nel 1985 seguì l’Operazione Giosuè, mentre nel 1991 l’Operazione Salomone consentì di trasferire in Israele, in circa 36 ore, oltre 14.000 persone.

    Nel racconto di Weiner, Gondar appare come un luogo in cui ciò che manca è evidente, ma non cancella ciò che resta: la preghiera, la solidarietà, il legame con Israele e il desiderio di costruire una vita migliore senza rinunciare alla propria identità. Una realtà sospesa tra povertà, memoria familiare e attesa dell’aliyah, che continua a interrogare il mondo ebraico sulla responsabilità verso una parte fragile e spesso dimenticata del proprio popolo.

    Foto: monaxle, tramite Wikimedia Commons, licenza CC BY 2.0.

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