
Martedì 27 ottobre sono convocate le elezioni per il rinnovo del parlamento monocamerale israeliano, la Knesset. È la ventiseiesima volta dall’indipendenza che gli israeliani sono chiamati a scegliere i 120 membri dell’assemblea: un ritmo più veloce dalla scadenza naturale di quattro anni, perché spesso la Knesset è stata sciolta in anticipo per crisi politiche. Da questo punto di vista la Knesset attuale è un’eccezione, perché completa il suo termine per la prima volta dal 1992. La frequenza, la regolarità, l’apertura e la contendibilità delle elezioni (il fatto cioè che non vi sia un partito sicuro di vincerle) è una condizione che in Europa sembra normale; ma bisogna ricordare che questa fondamentale caratteristica democratica di Israele è molto rara in tutta la vastissima area afroasiatica (fra la Russia e il Marocco), di cui lo Stato ebraico fa parte; il resto sono dittature, regni assoluti, regimi militari.
Il sistema politico israeliano fu progettato da Ben Gurion per rispecchiare la complessità delle anime del piccolo paese: ebraico, cristiano o musulmano, askenazita, sefardita o mizrachi o arabo, religioso o laico, di destra o di sinistra. Il sistema elettorale è proporzionale a collegio unico, con una soglia di sbarramento del 3,25%, il che significa che bastano meno di 200 mila voti per entrare in parlamento, di solito con una rappresentanza minima di 4 deputati. Ne deriva una moltiplicazione delle liste (dieci erano presenti nell’ultima Knesset). Esse a loro volta sono spesso federazioni di piccoli partiti, di solito costruiti intorno a un leader. Ciò rende difficile la formazione delle maggioranze, produce spesso instabilità parlamentare e dà potere di veto anche ai piccoli partiti, togliendo compattezza ideologica e programmatica ai governi.
Nessuno può prevedere in queste condizioni i risultati delle prossime elezioni, che secondo i sondaggi, peraltro abbastanza variabili e diversi fra di loro, non dovrebbero essere troppo diversi da quelli del 2022, almeno in termini di blocchi. Questi saranno probabilmente tre: l’attuale maggioranza di centrodestra che aveva 64 seggi e si prevede in calo, l’opposizione ebraica che ne aveva 51 e potrebbe ottenerne qualcuno in più e i partiti arabi che tradizionalmente ottengono una decina di seggi, i quali però sono quasi sempre esclusi (e auto-esclusi) dalla formazione delle coalizioni. Nel blocco dell’attuale maggioranza vi sono tre gruppi: il Likud guidato da Benjamin Netanyahu, partito laico (ma non laicista), liberale e sionista; i nazionalisti religiosi (Smotrich e Ben Gvir) e i partiti religiosi tradizionali (i charedim, cioè “timorati”, che la stampa occidentale definisce buffamente “ultraortodossi”). Nell’opposizione vi sono componenti di destra, ma molto contrarie a Netanyahu, come il partito di Lieberman, prevalentemente composto da immigrati russofoni; di centro, come la lista guidata dagli ex primi ministri Bennett e Lapid, e il nuovo partito dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, che ha avuto un notevole successo sui sondaggi, come accade abbastanza spesso in Israele per le nuove formazioni; e una componente di sinistra, i “democratici” guidati da Yair Golan. Gli arabi si dividono fra nazionalisti, islamisti, comunisti, che cercano sempre di comporre una coalizione unitaria, ma di solito si presentano in almeno due liste. In una situazione di guerra che difficilmente sarà conclusa prima delle elezioni e di grave polarizzazione interna, innescata soprattutto dall’interventismo della Corte Suprema e dalle pretese degli haredim, la battaglia elettorale sarà molto dura e il risultato importantissimo.














