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    ISRAELE

    Sagui Dekel-Chen, la musica dopo la prigionia di Hamas

    A Nir Oz, uno dei luoghi segnati dal pogrom del 7 ottobre 2023, l’ex ostaggio israeliano Sagui Dekel-Chen ha presentato “Minus One”, il suo primo album. Le nove canzoni sono state composte e memorizzate durante i 498 giorni trascorsi nella prigionia di Hamas. Per mesi, nella sua mente, quelle canzoni sono esistite senza carta, senza strumenti e senza la possibilità di essere ascoltate da qualcun altro. Erano parole e melodie da conservare nella memoria, un esercizio di resistenza in mezzo alla cattività. Circa 3.000 persone hanno assistito all’evento, organizzato nell’ambito dell’Israel Festival. Il titolo dell’album richiama il livello sotterraneo del tunnel nel quale Dekel-Chen fu detenuto. Ma il significato del progetto va oltre il riferimento alla prigionia: la musica è stata per lui uno strumento per mantenere un legame con la propria identità e con la vita lasciata fuori. Il risultato sono nove brani, scritti pensando soprattutto alla famiglia: alla moglie Avital, alle figlie e alla bambina nata mentre lui era ancora prigioniero a Gaza e che non aveva ancora potuto incontrare. Dopo la liberazione, mentre era ricoverato allo Sheba Medical Center, Dekel-Chen ha registrato per la prima volta le nove canzoni con il telefono. Era il modo per fissare definitivamente ciò che per oltre un anno era esistito soltanto nella sua memoria.

    La scelta del luogo del debutto non è stata casuale. Nir Oz è il kibbutz nel quale Dekel-Chen è cresciuto, ha conosciuto la moglie e ha costruito la propria famiglia. È anche il luogo nel quale ha vissuto la violenza del 7 ottobre e ha perso amici e conoscenti. Per questo il concerto non è stato presentato come una celebrazione o come un momento di chiusura. È stato piuttosto un nuovo capitolo di una storia ancora aperta. Sul prato centrale del kibbutz, uno spazio associato per mesi soprattutto al lutto, quella sera la musica ha preso il posto del silenzio. Migliaia di persone si sono radunate per ascoltare l’uomo che aveva scritto quelle canzoni lontano dalla luce del giorno e dagli strumenti musicali.

    Tra i brani più personali c’è quello dedicato a Shahar Mazal, la figlia nata mentre Dekel-Chen era in cattività. Quando ha composto la canzone, non aveva ancora potuto incontrarla. La bambina esisteva nella sua vita attraverso il pensiero, la speranza e il racconto degli altri. Durante il concerto, l’emozione ha segnato più volte la sua voce secondo quanto riportato da Ynet. In un altro momento della serata, l’ex ostaggio ha raccontato il ricordo di uno specchio incontrato casualmente durante la prigionia. Dopo circa due mesi senza aver visto il proprio volto, quell’immagine gli avrebbe restituito la misura della trasformazione fisica provocata dalla detenzione: i capelli, la barba, le cicatrici e il volto emaciato. Un’immagine improvvisa che, nella sua memoria, è rimasta legata alla consapevolezza di quanto fosse cambiato.

    Dopo la liberazione, le canzoni hanno iniziato una seconda vita. Sono state registrate in studio, arrangiate da musicisti professionisti e trasformate in un vero progetto discografico. Dekel-Chen ha anche iniziato a prendere lezioni di canto, ironizzando sul fatto che la sua formazione vocale fosse, in qualche modo, “made in Khan Younis”. Il passaggio dai tunnel al palco ha quindi trasformato un’attività nata come forma privata di sopravvivenza in un’esperienza condivisa con migliaia di persone. Ma il concerto di Nir Oz non cancella ciò che è accaduto. Al contrario, lo colloca dentro una nuova narrazione: quella di un uomo che, dopo la prigionia, prova a riprendere possesso della propria voce. Le canzoni erano rimaste per mesi nella sua testa. A Nir Oz, finalmente, sono diventate suono collettivo.
    A Nir Oz, uno dei luoghi segnati dal pogrom del 7 ottobre 2023, l’ex ostaggio israeliano Sagui Dekel-Chen ha presentato “Minus One”, il suo primo album. Le nove canzoni sono state composte e memorizzate durante i 498 giorni trascorsi nella prigionia di Hamas. Per mesi, nella sua mente, quelle canzoni sono esistite senza carta, senza strumenti e senza la possibilità di essere ascoltate da qualcun altro. Erano parole e melodie da conservare nella memoria, un esercizio di resistenza in mezzo alla cattività. Circa 3.000 persone hanno assistito all’evento, organizzato nell’ambito dell’Israel Festival. Il titolo dell’album richiama il livello sotterraneo del tunnel nel quale Dekel-Chen fu detenuto. Ma il significato del progetto va oltre il riferimento alla prigionia: la musica è stata per lui uno strumento per mantenere un legame con la propria identità e con la vita lasciata fuori. Il risultato sono nove brani, scritti pensando soprattutto alla famiglia: alla moglie Avital, alle figlie e alla bambina nata mentre lui era ancora prigioniero a Gaza e che non aveva ancora potuto incontrare. Dopo la liberazione, mentre era ricoverato allo Sheba Medical Center, Dekel-Chen ha registrato per la prima volta le nove canzoni con il telefono. Era il modo per fissare definitivamente ciò che per oltre un anno era esistito soltanto nella sua memoria.

    La scelta del luogo del debutto non è stata casuale. Nir Oz è il kibbutz nel quale Dekel-Chen è cresciuto, ha conosciuto la moglie e ha costruito la propria famiglia. È anche il luogo nel quale ha vissuto la violenza del 7 ottobre e ha perso amici e conoscenti. Per questo il concerto non è stato presentato come una celebrazione o come un momento di chiusura. È stato piuttosto un nuovo capitolo di una storia ancora aperta. Sul prato centrale del kibbutz, uno spazio associato per mesi soprattutto al lutto, quella sera la musica ha preso il posto del silenzio. Migliaia di persone si sono radunate per ascoltare l’uomo che aveva scritto quelle canzoni lontano dalla luce del giorno e dagli strumenti musicali.

    Tra i brani più personali c’è quello dedicato a Shahar Mazal, la figlia nata mentre Dekel-Chen era in cattività. Quando ha composto la canzone, non aveva ancora potuto incontrarla. La bambina esisteva nella sua vita attraverso il pensiero, la speranza e il racconto degli altri. Durante il concerto, l’emozione ha segnato più volte la sua voce secondo quanto riportato da Ynet. In un altro momento della serata, l’ex ostaggio ha raccontato il ricordo di uno specchio incontrato casualmente durante la prigionia. Dopo circa due mesi senza aver visto il proprio volto, quell’immagine gli avrebbe restituito la misura della trasformazione fisica provocata dalla detenzione: i capelli, la barba, le cicatrici e il volto emaciato. Un’immagine improvvisa che, nella sua memoria, è rimasta legata alla consapevolezza di quanto fosse cambiato.

    Dopo la liberazione, le canzoni hanno iniziato una seconda vita. Sono state registrate in studio, arrangiate da musicisti professionisti e trasformate in un vero progetto discografico. Dekel-Chen ha anche iniziato a prendere lezioni di canto, ironizzando sul fatto che la sua formazione vocale fosse, in qualche modo, “made in Khan Younis”. Il passaggio dai tunnel al palco ha quindi trasformato un’attività nata come forma privata di sopravvivenza in un’esperienza condivisa con migliaia di persone. Ma il concerto di Nir Oz non cancella ciò che è accaduto. Al contrario, lo colloca dentro una nuova narrazione: quella di un uomo che, dopo la prigionia, prova a riprendere possesso della propria voce. Le canzoni erano rimaste per mesi nella sua testa. A Nir Oz, finalmente, sono diventate suono collettivo.

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