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    Mondo

    Abdul El-Sayed vince in Michigan: il nuovo volto della sinistra democratica ostile a Israele

    La vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan non ha rappresentato soltanto il successo di un candidato dell’ala progressista dei Democrats in uno Stato chiave, ma costituisce anche il segnale di una profonda trasformazione nella politica americana: la critica radicale a Israele, fino a pochi anni fa confinata ai margini del dibattito democratico, entra sempre più stabilmente nelle competizioni elettorali di primo piano.
    Medico, con lunga esperienza nella sanità pubblica, già responsabile del Dipartimento della Salute di Detroit e in seguito dei servizi sanitari e sociali della contea di Wayne, El-Sayed ha vinto una delle primarie più osservate del ciclo elettorale americano. Ha battuto la moderata Haley Stevens in una sfida molto combattuta, letta da molti commentatori come uno scontro tra il centro del partito e la sua ala più progressista. Nel prossimo step, a novembre, affronterà il repubblicano Mike Rogers, in una corsa che potrebbe pesare sugli equilibri del Senato.
    Figlio di immigrati egiziani, nato e cresciuto in Michigan, El-Sayed ha costruito la propria carriera politica attorno ai temi della sanità, delle disuguaglianze sociali e della riforma del sistema politico, veicolando la sua campagna con un linguaggio provocatorio e fuori dagli schemi. Ha parlato spesso di limitazioni dei finanziamenti alla politica, aumento del potere d’acquisto delle famiglie e di introduzione del Medicare for All. Ma a colpire sono state soprattutto le sue posizioni molto dure su Israele: ha definito la guerra a Gaza un “genocidio” e Israele uno “Stato canaglia” che pratica una politica di “apartheid”; si è schierato contro gli aiuti militari statunitensi a Gerusalemme e ha fatto della critica ad AIPAC uno dei temi centrali della campagna, lasciando aperti degli interrogativi sulle sue posizioni relative alla legittimità dello Stato ebraico. Alcune sue uscite, infatti, hanno alimentato forti polemiche: dopo l’attacco al Temple Israel di West Bloomfield, definito dall’FBI un atto terroristico ispirato da Hezbollah, El-Sayed aveva ad esempio commentato “Le persone ferite feriscono le persone”; o ancora, come riportano alcune fonti, alla richiesta di commentare l’uccisione di Khamenei, avrebbe risposto che a Dearborn, città del Michigan con una forte presenza musulmana, “c’è tanta gente triste”.
    Donald Trump ha definito la nomination di El-Sayed una buona notizia per il Partito repubblicano e lo ha attaccato con toni durissimi, accusandolo di essere un “comunista” e di odiare Israele e gli ebrei. Accuse di antisemitismo respinte da El-Sayed, anche se questo resta un punto molto delicato, visto che la sua piattaforma rappresenta comunque una rottura profonda con la tradizione democratica di sostegno a Gerusalemme.
    La candidatura di Abdul El-Sayed racconta dunque un cambio d’epoca. Non è il profilo di un outsider marginale, ma quello di un professionista della sanità pubblica, con una comunicazione disciplinata e una piattaforma sociale strutturata, che porta nel cuore del Partito democratico una posizione fortemente ed esplicitamente critica verso Israele.
    Il Michigan, con la sua forte componente araba e musulmana e con una storica presenza ebraica, diventa così uno dei laboratori più sensibili della trasformazione in atto nel Partito Democratico statunitense e della contrapposizione tra le sue due anime. Un capitolo che già si è aperto da alcuni mesi con l’elezione a sindaco di New York di Zohran Mamdani, che è stato tra i primi a congratularsi con El-Sayed. Il rapporto tra Mamdani e il mondo ebraico americano è al centro di forti tensioni politiche e sociali: in questa prima fase del suo mandato ha manifestato posizioni fortemente critiche verso Israele, peraltro non riconosciuto come Stato ebraico; ha revocato l’adozione della definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) già nel suo primo giorno da sindaco; ha minacciato di arrestare il premier israeliano Benjamin Netanyahu in base al mandato della CPI, pur ammettendo di non avere l’autorità legale per farlo a New York; è stato criticato da associazioni legali ebraiche per la mancata inclusione di rappresentanti ebrei nel comitato consultivo per le nomine giudiziarie (MACJ). Tra gli effetti di queste politiche, nella Grande Mela c’è stato un aumento dell’8,5% di attacchi antisemiti nell’ultimo anno.
    Il rapporto tra Stati Uniti, Israele e mondo ebraico sembra entrato in una nuova fase e potrebbe avere ripercussioni sulle dinamiche americane dei prossimi anni.

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