
L’anniversario
Giovedì scorso si sono compiuti i mille giorni della guerra iniziata il 7 ottobre 2023 con l’attacco di Hamas contro Israele: una data simbolica, anche se priva di effetti concreti. In Israele vi sono state manifestazioni, cerimonie, discorsi, come anche Shalom ha riportato. E nello Stato ebraico come nella diaspora si sono pubblicate analisi storiche e bilanci strategici. Bisogna innanzitutto notare che l’anniversario è accaduto in una situazione di semi-guerra o semi-tregua, la stessa che ha caratterizzato la maggior parte di questi trentatré mesi. L’esercito israeliano è dispiegato in zone di combattimento (a Gaza e in Libano) e vi conduce azioni di interdizione come la distruzione di fortificazioni nemiche, la conquista di territori limitati, l’eliminazione di terroristi. L’aviazione è in stato di preparazione avanzata, ma interviene solo raramente in appoggio alle forze di terra. La difesa civile consente normali attività lavorative, religiose, sportive e anche ricreative, mantenendosi pronta a eventuali allarmi. Ma le iniziative strategiche sono bloccate: non perché Israele non abbia obiettivi da raggiungere (innanzitutto il disarmo definitivo di Hamas e Hezbollah, la disabilitazione completa degli armamenti missilistici e degli apparati nucleari iraniani, l’eliminazione della minaccia degli Houthi), ma perché l’alleato americano lo blocca.
Il freno americano
La presenza di questo freno americano è una costante non solo di questa guerra, ma di tutta la lunga storia della difesa israeliana, almeno a partire dal conflitto di Suez, settant’anni fa. Una volta la ragione addotta era il rischio dell’intervento sovietico, poi le trattative con l’Autorità Palestinese, ora i negoziati con l’Iran, in generale sempre la paura che Israele “vinca troppo”. In un’ottica di lunga scadenza non importa sottolineare gli atteggiamenti personali di questa o quella presidenza. Bisogna pensare che dalla proclamazione dello Stato di Israele si sono succeduti molti alleati, di cui l’America è il più sincero e costante. Tutti hanno operato per impedire sì la distruzione di Israele, ma anche per impedire quella vittoria decisiva che potrebbe risolvere la questione mediorientale e dare un equilibrio stabile alla regione. La ragione evidente è non dispiacere troppo all’opinione pubblica musulmana (che nonostante le politiche di alcuni Stati, è massicciamente contraria a Israele) e a quella “progressista” che corteggia l’Islam includendo anche la sua tendenza all’odio per gli ebrei. Questo è un dato di fatto di cui bisogna tener conto anche nel valutare le possibili conclusioni della guerra.
Una grande vittoria militare
Se veniamo al bilancio militare di questi 1000 giorni, è evidente che Israele ha vinto. Ha ridimensionato radicalmente i suoi nemici più prossimi (Hamas e Hezbollah). Ha creato fasce di sicurezza a Gaza, in Libano e in Siria. Ha determinato cambi di regime in questi ultimi due Stati, dove, fra molte ambiguità, si è interrotto il precedente dominio delle forze più apertamente antiisraeliane. Ha saputo tenere a freno la popolazione araba di Giudea e Samaria, su cui Hamas contava per una rivolta che avrebbe dovuto travolgere lo Stato ebraico. I suoi trattati con gli Stati arabi (i vecchi con Egitto e Giordania, i nuovi “patti di Abramo” con Emirati, Bahrein, Sudan, Marocco) hanno tenuto, come pure le intese più o meno esplicite, tra gli altri, con Azerbaigian, Somaliland e per certi versi con l’Arabia Saudita. Si sono rafforzate le alleanze regionali con Cipro e Grecia. I rapporti con Europa e Turchia sono rimasti difficili, a tratti intrisi di retorica antisemita, ma non bellicosi.
La fine della “konzepcia”
Soprattutto è stata quasi del tutto sconfitta quella “konzepcia” (visione ideologica) che dominava i vertici militari e politici da una trentina d’anni sotto vari governi: l’idea che i conflitti con i terroristi andassero “gestiti” con il bastone e la carota: da un lato piccole azioni militari per mantenere la “deterrenza” e dall’altro denari o favori (inclusi i versamenti di denaro a Gaza e gli accordi come quello voluto da Bennett nel 2022 sulle zone di sfruttamento marittimo del gas: un vero e proprio regalo a Hezbollah). Israele doveva badare a non alzare il livello di conflitto, a non prendere mai l’iniziativa, reagendo solo in maniera limitata alle provocazioni dei terroristi. In questa maniera si è lasciato che Hezbollah accumulasse un armamento missilistico enorme e che Hamas organizzasse le proprie fortificazioni e i propri armamenti e infine non si è voluto credere ai segnali di quello che sarebbe stato il 7 ottobre. Ora almeno le persone ragionevoli sanno che non ci si può fidare della deterrenza rispetto a formazioni terroristiche animate dall’ideologia del martirio e appoggiate dalla popolazione civile anche a costo di gravi perdite e disagi. Ed è chiaro che di fronte alla piovra terrorista bisogna distruggerne tutti i tentacoli ed eliminare anche la testa che li alimenta e li dirige: il regime degli ayatollah. Ciò è stato fatto solo in parte, per il freno americano di cui si diceva, ma Israele, o almeno l’attuale governo, ha chiaro che bisogna procedere in questa direzione.
L’antisemitismo nel mondo
Oltre allo scontro militare, ve n’è stato uno politico e mediatico nei Paesi occidentali. Vi è chi ha fatto notare che anche su questo piano le comunità ebraiche hanno tenuto duro e non si sono fatte ricattare. In buona parte ciò è vero ma di fatto questo è il terreno su cui le perdite sono state più dure. La grande maggioranza della stampa e delle forze politiche ha ignorato il fatto che Israele ha subito e non voluto questa guerra e che si è solo difeso da un gigantesco attacco terroristico. Benché l’esercito israeliano abbia fatto a favore della popolazione civile ciò che non era mai accaduto in altri conflitti (come far passare massicci rifornimenti alimentari, non interrompere mai definitivamente acqua ed energia, avvertire preventivamente sui luoghi degli attacchi e dei bombardamenti futuri, allestire zone sicure, ecc.) non vi sono state quasi forze politiche in Occidente che non abbiano parlato di “esagerazione”, “crudeltà”, “uso sproporzionato della forza”. In molti sono caduti nell’assurda diffamazione di un incredibile “genocidio” che Israele avrebbe commesso ai danni degli arabi di Gaza e ora dei libanesi. La stampa, gli intellettuali, le università, parte del clero, i sindaci si sono accodati a questa campagna di folli menzogne che progressivamente si è estesa contro tutto il popolo ebraico. Chiunque abbia cercato di discutere questa “religione di Gaza” è stato minacciato ed escluso. Alcuni militanti di sinistra di origine ebraica hanno cercato di salvare la propria posizione “condannando il genocidio”, ma per lo più sono stati travolti anche loro, soprattutto se solo si distinguevano in minima parte dalla religione obbligatoria del genocidio.
Le prospettive
Il risultato è che l’opinione pubblica è affetta oggi da un pregiudizio antisraeliano e quindi antisemita che si può solo paragonare a ciò che accadeva in Europa negli anni del nazismo. Questa è una sconfitta storica, una degenerazione che sarà molto difficile da riparare. Ma bisogna sapere che anch’essa faceva parte dei piani dell’assalto terroristico a Israele, che è stata preparata con molto denaro (per esempio le donazioni del Qatar alle università di mezzo mondo) e con molta strategia comunicativa e che può essere sconfitta solo da una vittoria israeliana sul campo. Anche per rimediare a questa situazione è essenziale che la semi-guerra di questi ultimi mesi non resti tale, che vi sia una conclusione vittoriosa esplicita. Tra le ragioni del freno in atto vi sono le prossime elezioni americane di midterm (3 novembre) e quelle parlamentari israeliane (molto probabilmente fra il 5 e il 27 ottobre). Si può prevedere che la ripresa e forse la conclusione della guerra avverrà fra novembre e dicembre. È allora che si giocherà anche la battaglia contro l’antisemitismo.














