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    ROMA EBRAICA

    “Ovunque sia casa”: la letteratura come luogo d’incontro a Ebraica

    Una storia d’amore, amicizia, desiderio e appartenenza. Ma soprattutto una riflessione sul linguaggio, sull’identità e sul significato profondo della parola “casa”. È attorno a questi temi che si è sviluppato l’incontro dedicato al libro Ovunque sia casa (Giuntina), il nuovo romanzo di Ghila Piattelli, presentato ieri nell’ambito di Ebraica – Festival Internazionale di Cultura. A dialogare con l’autrice sono stati la giornalista Lara Crinò, l’attrice e studiosa Clelia Piperno – che ha accompagnato l’incontro con letture tratte dal libro – e l’attore, regista e produttore Luca Barbareschi.
    Fin dalle prime battute della conversazione, il tema della lingua è emerso come una delle chiavi di lettura dell’opera. Sollecitata da Lara Crinò a raccontare il proprio percorso di scrittura, Ghila Piattelli ha descritto il rapporto complesso e fecondo tra le due lingue che abitano la sua esperienza: “L’italiano sono le mie prigioni, il mio passato. L’ebraico è il mio presente. Ed è in questo spazio che sono nati i miei libri”. Una frase che ben spiega la tensione creativa alla base del romanzo: scrivere di Israele in italiano significa per l’autrice osservare la realtà da una prospettiva particolare, attribuendo alle parole un peso specifico e mantenendo uno sguardo al tempo stesso vicino e distante. Un italiano attraversato dall’ebraico, dalla sua musicalità e dalle sue sfumature culturali. Lara Crinò ha definito Ovunque sia casa “una commedia, un romanzo di personaggi”, popolato da figure che si muovono tra amori, amicizie, citazioni letterarie e riferimenti poetici. Un racconto che attraversa molte forme dell’amore: da quello platonico all’eros, dal desiderio al possesso. “Ci sono tanti registri narrativi, tante sonorità, tante voci che si incontrano”, ha osservato la giornalista, sottolineando la coralità che caratterizza la scrittura di Piattelli. A dare ulteriore profondità all’incontro sono stati i reading di Clelia Piperno, che hanno restituito al pubblico il ritmo e la ricchezza linguistica del romanzo, facendo emergere le diverse tonalità emotive dei personaggi.
    Particolarmente intensa la riflessione proposta da Luca Barbareschi, che ha raccontato il proprio rapporto con la letteratura israeliana. Da Abraham B. Yehoshua a David Grossman, fino a Roy Chen, Barbareschi ha ricordato gli autori che negli anni lo hanno accompagnato nella scoperta di una narrativa capace di raccontare la complessità di Israele. “Mi sono innamorato delle cose che Ghila descriveva” ha detto, soffermandosi sulla capacità del romanzo di raccontare incontri, scambi e conflitti che attraversano la società israeliana. Con rammarico ha poi richiamato l’attuale clima culturale che vede talvolta alcuni autori israeliani esclusi o marginalizzati nel dibattito pubblico internazionale.
    Per Barbareschi, la lingua ebraica rappresenta uno straordinario laboratorio creativo: “Vorrei poter parlare meglio l’ebraico. È una lingua bellissima che permette agli scrittori israeliani di effettuare una continua ricerca”. Ed è proprio questa ricerca a rendere vivi i personaggi di Piattelli: figure nelle quali il lettore finisce per riconoscersi, ritrovando il desiderio di confrontarsi con le proprie contraddizioni e con la propria storia. “Penso che la funzione della letteratura sia quella di elaborare ciò che conta nella vita”, ha aggiunto. Una convinzione che lo ha portato anche a riflettere sul rapporto tra narrativa e politica: “La scrittura non dovrebbe occuparsi di politica. Dovrebbe restituire interesse per l’essere umano più che per le ideologie. È proprio nel disaccordo che nasce la drammaturgia”. A chiudere idealmente il dialogo è stata una riflessione di Lara Crinò che ha riportato il discorso alla tradizione ebraica e alla natura stessa del racconto: “La letteratura è un dibattito continuo, come la Torah”. Una definizione che ben sintetizza il senso dell’incontro: la letteratura come spazio aperto di confronto, di interpretazione e di ascolto reciproco. Un luogo in cui le voci si intrecciano, si contraddicono e si arricchiscono a vicenda. Come accade nelle pagine di Ovunque sia casa e, da sempre, nella migliore tradizione del dialogo ebraico.

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