Skip to main content

Ultimo numero Maggio – Giugno 2026

Scarica il Lunario

Contatti

Lungotevere Raffaello Sanzio 14

00153 Roma

Tel. 0687450205

redazione@shalom.it

Le condizioni per l’utilizzo di testi, foto e illustrazioni coperti da copyright sono concordate con i detentori prima della pubblicazione. Qualora non fosse stato possibile, Shalom si dichiara disposta a riconoscerne il giusto compenso.
Abbonati


    ROMA EBRAICA

    Ebraica apre con la “difesa delle parole”: dialogo tra Erri De Luca e Maurizio Molinari

    La difesa delle parole come antidoto all’odio, alla propaganda e alla semplificazione del dibattito pubblico. Si è aperta così, ieri, la nuova edizione di Ebraica 2026, con una conversazione intensa tra lo scrittore Erri De Luca e il giornalista Maurizio Molinari. Il dialogo, significativamente intitolato “Difendiamo le parole”, ha preso le mosse dalla constatazione di un fenomeno che entrambi gli interlocutori considerano sempre più diffuso: l’uso del linguaggio come strumento di aggressione ideologica. “Le parole vengono usate come clave”, ha osservato Molinari, richiamando l’appello di Papa Leone XIV a “disarmare le parole”. Un invito che il giornalista ha collegato alla crescente strumentalizzazione di termini come “genocidio”, spesso utilizzati non per comprendere la realtà ma per “aggredire, insultare e discriminare”, come avvenuto, ha ricordato, nei confronti dello scrittore israeliano Eshkol Nevo.
    De Luca ha condiviso la preoccupazione per la deformazione del linguaggio pubblico, individuando nel termine “sionismo” uno degli esempi più evidenti. Per lo scrittore napoletano, tuttavia, la difesa delle parole non è soltanto una questione politica o culturale, ma il cuore stesso del mestiere dello scrittore. “Io faccio una cosa simile a quella del calzolaio – ha raccontato sottolineando con orgoglio le sue radici partenopee – Se vuole fare bene alla sua società, il calzolaio deve fare bene le sue scarpe. Io devo fare bene le mie parole”. Un compito che De Luca considera la propria responsabilità civile, maturata anche attraverso esperienze sul campo, dalle missioni con Medici Senza Frontiere alle attività umanitarie accanto a Gino Strada.
    Più che scrittore, però, De Luca si è definito nel corso del panel un “lettore”. È nella lettura che individua il primo strumento di resistenza contro la manipolazione del linguaggio. “Chi legge molti libri sviluppa un sistema immunitario – ha spiegato – Non si fa mettere in bocca le parole propagandistiche da altri”. Da qui una definizione che ha colpito il pubblico: “Io sono residente dentro al vocabolario italiano. Abito lì”. Nel corso dell’incontro, Molinari ha ricordato come De Luca sia considerato in Israele un autentico “paladino del linguaggio” e un artista delle parole, uno scrittore percepito da molti lettori israeliani come vicino alla loro stessa cultura. Un legame che affonda le radici nella passione dello scrittore per il mondo ebraico e per la lingua biblica.
    Rievocando il proprio percorso personale, De Luca ha raccontato di essersi avvicinato all’ebraico, e alla sua lingua, attraverso la lettura della Bibbia. “A trent’anni mi sono trovato in un luogo dove c’era solo la Bibbia” ha ricordato. Da quella lettura nacque il desiderio di conoscere la lingua che aveva introdotto il monoteismo nel Mediterraneo, dando avvio a uno studio che lo accompagna ancora oggi. La conversazione ha toccato anche il tema del Medio Oriente contemporaneo. De Luca ha espresso l’auspicio che il popolo palestinese possa tornare a scegliere liberamente i propri rappresentanti attraverso elezioni democratiche a Gaza, sottolineando come da circa vent’anni questo non sia possibile. “Credo che Hamas sia la peggiore dittatura di quella regione”, ha aggiunto.
    Sul rapporto tra linguaggio e riconciliazione, De Luca ha ricordato come la Chiesa cattolica abbia saputo, soprattutto a partire da Giovanni Paolo II, “disarmare” parole che per secoli avevano alimentato ostilità e pregiudizi. Un esempio, secondo lo scrittore, di come il linguaggio possa essere corretto e rigenerato attraverso il riconoscimento degli errori del passato. Ampio spazio è stato dedicato anche all’impatto del digitale. Per Molinari, i social network sembrano amplificare l’odio, soprattutto tra i più giovani. De Luca ha risposto con una provocazione: “Io mi definisco asocial. Cosa ha di sociale scrivere un messaggio da casa propria? Sociale è prendere una birra insieme, incontrarsi”. A suo giudizio, le piattaforme digitali alimentano soprattutto un diffuso malessere. “L’odio nuoce più a chi lo prova che a chi lo riceve”, ha osservato. E proprio la conversazione, il confronto diretto tra persone, è emersa come una possibile risposta alla polarizzazione contemporanea. “Arrivare alle parole e alla conversazione è già molto”, ha detto De Luca, sintetizzando uno dei messaggi centrali dell’incontro.
    In chiusura, interrogato sul significato della speranza, lo scrittore ha offerto una riflessione che ha riportato il discorso alla concretezza dell’esperienza umana. La speranza, ha spiegato, rischia talvolta di apparire una parola passiva, una semplice attesa. Ma il ricordo delle missioni di soccorso nel Mediterraneo racconta altro: madri con neonati, centinaia di persone salvate dalle acque, vite strappate alla morte. “Quale forza è più potente di questa”, ha chiesto al pubblico. Tra memoria, responsabilità e dialogo, l’apertura di Ebraica ha così lanciato una sfida culturale e civile: restituire alle parole il loro significato, sottraendole all’uso come armi e riportandole alla loro funzione originaria di incontro e comprensione.

    CONDIVIDI SU: