
L’annuncio
Trump ha avuto il suo accordo. Dopo due giorni particolarmente drammatici di scontri, bombardamenti fatti e minacciati, comunicati contrastanti sull’autodifesa israeliana in Libano, l’Iran ha approvato l’accordo di tregua concordato con gli Usa attraverso la mediazione pakistana. Ha rinunciato dunque, per ottenere l’accordo, alle ultime minacce di bombardare Israele, anche se lo Stato ebraico dichiara di non essere vincolato dalla clausola che include Hezbollah nel cessate il fuoco e di voler continuare a difendere i propri cittadini e il proprio territorio. Ciò ha aperto una grave crisi nei rapporti fra Israele e l’amministrazione americana e personalmente fra Netanyahu e Trump. La firma per ora è solo virtuale; la cerimonia ufficiale dovrebbe svolgersi il 19 giugno a Ginevra.
I contenuti dell’accordo
Il memorandum non è stato ancora pubblicato ed è certamente provvisorio, anche se il consenso è stato annunciato chiaramente da tutte le parti interessate. Fra le versioni pubblicate da fonti vicine all’amministrazione americana e al regime iraniano ci sono ancora notevoli differenze e dunque è difficile capire come è finito il braccio di ferro sui particolari più critici. Le clausole principali dell’accordo sono comunque abbastanza chiare: 1) La tregua in corso viene ufficializzata come cessazione delle ostilità, prolungata di sessanta giorni ed estesa a tutta la regione, incluso il Libano. Questa è una clausola ovviamente sfavorevole a Israele. 2) La circolazione nello stretto di Hormuz viene riaperta, come peraltro era prima della guerra. Ma secondo il Pakistan, l’accordo autorizzerebbe addirittura l’Iran a riscuotere tasse di passaggio, contro la legge internazionale. 3) Il blocco navale americano sull’Iran è eliminato. È una clausola vitale per il regime iraniano, che ne trarrà i finanziamenti necessari per riarmarsi e per alleviare la crisi sociale in corso. Non si sa in che misura ciò comporterà l’allontanamento delle forze americane dalla regione: un’altra condizione importante sul piano politico oltre che su quello militare per l’Iran, che la considera il segno della sua vittoria. 4) Progressivo allentamento delle sanzioni e rilascio dei fondi iraniani bloccati. Non si conoscono i tempi di questo rilascio economico, che comunque toglierà pressione sugli ayatollah, ma ai fondi bloccati da restituire si potrebbe aggiungere un consistente “fondo di compensazione”, cioè riparazioni per 300 miliardi di dollari: un pagamento cui di solito sono costrette le nazioni perdenti. 5) L’Iran dichiara che non si doterà di armi nucleari (come peraltro ha sempre detto).
I punti non risolti
Durante i prossimi sessanta giorni proseguiranno le discussioni sui temi che dovrebbero limitare il pericolo iraniano, fino a ottenere un trattato definitivo. I temi aperti sono tanti, in sostanza tutti gli obiettivi americani della guerra. In primo luogo, si rimanda alla nuova trattativa la decisione su nucleare e uranio arricchito. Qui sembra però che Trump abbia ceduto su tre aspetti fondamentali: la possibilità dell’Iran di continuare l’arricchimento dell’uranio “fino a un certo punto”; la rinuncia a ottenere l’esportazione del materiale già arricchito, in favore di una sua diluizione; la distruzione dei siti atomici. Sempre in queste nuove trattative si parlerà poi (forse) della rinuncia all’armamento missilistico di lunga gittata che minaccia la regione, in particolare Israele, ma in prospettiva il mondo intero; e pure dell’imperialismo iraniano che si realizza con il finanziamento e armamento dei gruppi terroristici satelliti (anche se l’accettazione americana dell’estensione della tregua al Libano, ai danni della sicurezza di Israele, implica un’accettazione del patronato rivendicato dall’Iran su Hezbollah). In sostanza Trump concede all’Iran ciò che il regime voleva, accontentandosi di trattative future sui propri obiettivi: l’accettazione di una sconfitta.
Una perdita per tutto l’Occidente
In realtà non si capisce perché questi temi fondamentali, su cui non si è raggiunto alcun accordo negli ultimi due mesi, dovrebbero essere risolti nel prossimo futuro. Il rischio è che lo stato di cose attuale, con la rinuncia degli Usa alla minaccia militare e alla leva economica del blocco e delle sanzioni in cambio solo della restituzione dello status quo su Hormuz, rischi di diventare permanente, con una gravissima perdita del prestigio americano e in sostanza un salvataggio del regime degli ayatollah, duramente sconfitto sul campo ma capace di imporre le proprie condizioni agli Stati Uniti. Se fosse così, si tratterebbe di una perdita grave non solo per Israele, ma per tutto l’Occidente, una dimostrazione che gli Stati Uniti, anche se con Trump hanno ripreso a usare la leva militare, non sono capaci di imporre le soluzioni convenienti alle crisi. Non solo la situazione finale di questa crisi e questo memorandum di intesa rischiano di essere peggiori dell’accordo JCPOA di Obama, a suo tempo denunciato con forza anche da Trump, ma per il presidente americano esso rappresenterebbe l’equivalente della fuga dall’Afghanistan di Biden. O un nuovo Vietnam.
La solitudine di Israele
Per Israele si apre una nuova fase di solitudine. Nonostante i grandi sforzi diplomatici di Netanyahu nei mesi scorsi, Trump non ha abbandonato la corsa verso un accordo che evidentemente vede come il suo obiettivo politico principale. Ora la semplice rivendicazione del diritto all’autodifesa contro Hezbollah (“se attaccano la Galilea, noi colpiamo i suoi centri di comando a Beirut”) è trattata da Trump come una ribellione che sarà fatta pagare. Naturalmente l’Europa è ben lieta di assistere alla conclusione ufficiale di una campagna contro il regime iraniano che non ha mai condiviso, mentre Russia e Cina sono soddisfatte della prova dell’incapacità degli Usa di determinare di nuovo l’ordine mondiale. È probabile che questa solitudine possa richiedere nuovi sacrifici al paese perché essa incoraggerà i terroristi, che potranno di nuovo venir appoggiati impunemente dall’Iran. Ma in questi anni Israele ha mostrato di sapersi difendere da solo e di poter imporre la propria sicurezza ai nemici. Con il memorandum di intesa non si apre un periodo di tranquillità nella regione, ma al contrario si profila una maggiore turbolenza e difficoltà. Il primo punto è vedere se Trump cercherà di costringere Israele ad abbandonare la morsa su Hezbollah nel Libano meridionale e se Israele riuscirà a resistere. E che leve (per esempio sui rifornimenti militari, come Biden) userà per cercare di farsi obbedire.














