
Le origini dello scontro
È di nuovo guerra aperta fra l’Iran e Israele: lanci di missili contro bombardamenti aerei. Tutto è iniziato questa volta dal Libano. La calma relativa che si era installata nel Golfo Persico dopo la fine dei bombardamenti americani dello scorso 8 aprile, con tregue prolungate durante le trattative in Pakistan, non si è mai davvero estesa al Libano. Hezbollah non ha mai cessato di lanciare missili contro le città e i villaggi della Galilea e Israele ha reagito prima con bombardamenti, poi con un’azione di terra che l’ha portato a controllare tutta la zona a sud del fiume Litani (dove, in base a una risoluzione dell’ONU, non dovrebbero essere presenti altre forze armate oltre all’esercito libanese) e anche alcuni punti a nord del fiume, come il castello di Beaufort, dove è stata scoperta una grande fortificazione sotterranea del gruppo terrorista, con numerose rampe di lancio, infrastrutture logistiche e depositi di armi per centinaia di combattenti.
Di fronte alla prosecuzione degli attacchi di Hezbollah, Israele ha reagito negoziando con il governo libanese un accordo di cessate il fuoco che impegnava nuovamente il Libano a disarmare il gruppo terrorista. Hezbollah ha però rifiutato tali accordi e ha continuato i propri attacchi non solo contro i soldati israeliani, ma anche contro la popolazione civile. Israele ha dunque intensificato la propria azione sul terreno e i bombardamenti aerei contro le basi terroristiche nel Libano centrale. Alla fine, Gerusalemme ha annunciato ufficialmente che, se fossero continuati gli attacchi di Hezbollah contro la Galilea, avrebbe colpito nuovamente i suoi centri di comando situati a Beirut, nel quartiere sciita di Dahieh, nonostante le limitazioni imposte dagli Stati Uniti.
I combattimenti
L’Iran, che ha sostenuto che la tregua in corso con gli Stati Uniti dovesse estendersi anche ai propri alleati di Hezbollah, ha annunciato che avrebbe colpito direttamente Israele qualora lo Stato ebraico avesse dato seguito alla minaccia. Incoraggiato da questa protezione politica, Hezbollah ha continuato e intensificato nell’ultima settimana i bombardamenti. Israele ha quindi colpito ieri mattina un edificio di Dahieh, prendendo di mira un centro militare ed eliminando due comandanti di Hezbollah: una risposta chiaramente limitata. In serata, con grande enfasi propagandistica, l’Iran ha lanciato contro Israele undici missili balistici, dotati di un elevato potenziale distruttivo. Tutti sono stati intercettati dai sistemi antimissile israeliani, ad eccezione di uno caduto in una zona aperta nei pressi di un villaggio arabo.
Israele ha reagito nella notte con bombardamenti aerei contro installazioni missilistiche, aeroporti, radar e centri di comando militare in Iran. Teheran ha risposto con nuovi lanci di missili, anch’essi finora senza effetti rilevanti. Israele ha quindi colpito ulteriormente, prendendo di mira anche un importante complesso petrolifero, obiettivo strategico per un’economia iraniana già duramente colpita dal blocco navale. Negli scambi sono intervenuti anche gli Houthi dallo Yemen, che hanno lanciato un missile balistico verso Israele, anch’esso intercettato, e hanno colto l’occasione per colpire l’Arabia Saudita e dichiarare chiuso alle navi israeliane lo stretto di Bab el-Mandeb.
L’assenza americana
In questa nuova fase del conflitto emerge un protagonista rilevante soprattutto per la propria inattività militare: gli Stati Uniti. Negli ultimi giorni Donald Trump aveva annunciato per l’ennesima volta di essere vicino a un accordo globale con l’Iran, definito da lui stesso “ottimo”. Aveva inoltre intimato a Israele di non estendere le operazioni in Libano oltre la semplice autodifesa immediata e aveva dichiarato di non essere stato informato preventivamente dell’operazione su Beirut, affermando di non averla gradita.
Di fronte alla ripresa degli attacchi iraniani contro Israele, Trump ha pubblicato un messaggio il cui senso era sostanzialmente: “Avete lanciato i vostri missili, adesso basta e torniamo alle trattative”. Ha inoltre dichiarato di aver invitato Israele a non reagire, sostenendo che “comando io, non Netanyahu” e che “siamo alla vigilia di un grande accordo”. In serata si è svolta una telefonata con il primo ministro israeliano, mentre i vertici militari americani hanno lasciato intendere che, qualora Israele avesse scelto di proseguire l’azione militare, lo avrebbe fatto senza il diretto supporto degli Stati Uniti.
Le prospettive
In questa ripresa dei combattimenti, almeno fino al momento in cui questo articolo viene scritto, Israele sta mostrando ancora una volta la propria superiorità militare. Le minacce iraniane appaiono in larga misura un bluff, poiché gli equilibri emersi nei precedenti confronti diretti tra i due Paesi — nel giugno 2025 e nel marzo-aprile 2026 — non sembrano essere cambiati in maniera sostanziale. L’assenza dell’intervento diretto americano riduce certamente la potenza complessiva dello schieramento occidentale, ma non modifica la superiorità tecnica israeliana. Israele ha addirittura mantenuto operativo il proprio aeroporto internazionale, segnale della limitata percezione del rischio di un attacco iraniano realmente efficace contro tale obiettivo.
Sul piano politico, però, la situazione è molto diversa. Israele si ritrova ancora una volta a combattere senza il sostegno di Washington. Un presidente americano chiede allo Stato ebraico di assorbire l’aggressione senza reagire pienamente e senza eliminare la minaccia dei propri nemici, in nome di un accordo ancora tutto da definire e dai contorni incerti. È una situazione che richiama altre fasi della storia israeliana, dal 1956 al 1967, fino al 1973, quando alle truppe israeliane vittoriose fu imposto di fermarsi. Una dinamica che si è poi ripetuta più volte nella lotta contro il terrorismo.
Questa volta, con una decisione particolarmente delicata, Netanyahu ha scelto almeno per il momento di non conformarsi alle richieste americane. Non conosciamo i dettagli della conversazione con Trump, ma è plausibile immaginare che non sia stata semplice. Alcuni segnali di comprensione, tuttavia, emergono all’interno dell’amministrazione statunitense. Il Segretario di Stato Marco Rubio, ad esempio, ha commentato che «solo un Paese stupido non si difende dall’aggressione, e Israele non lo è». Resta il rischio che Trump presenti un conto politico per questa scelta. E resta il rischio che Israele, già osteggiato da gran parte dell’opinione pubblica europea e in cattivi rapporti con Russia e Cina, possa trovarsi isolato anche rispetto agli Stati Uniti. Era però evidente che Israele non avrebbe potuto evitare di reagire agli attacchi continui di Hezbollah contro il proprio territorio e, ancor meno, ai missili iraniani, senza compromettere la fiducia interna e la propria credibilità strategica nella regione.













