
In questa parashà la Torà ci comanda di non appropriarsi di quello che appartiene ad altri: “L’Eterno parlò a Moshè, dicendo: Parla ai figli d’Israele: Quando un uomo o una donna avrà fatto un torto a qualcuno rubando e poi giurando in falso (lim’ol ma’al) contro l’Eterno, e questa persona si sarà così resa colpevole, dovrà confessare il peccato commesso, restituirendo per intero l’ammontare dell’oggetto causa della sua colpa aggiungendovi un quinto, e lo darà a colui verso il quale si è reso colpevole. Ma se questi (il creditore) non ha un prossimo parente a cui si possa restituire il dovuto, allora quello da restituire spetterà all’Eterno, quindi al kohen, oltre al montone espiatorio, mediante il quale si farà l’espiazione per il colpevole. Di tutte le cose consacrate dei figli d’Israele, ogni terumà (si intendono le primizie) che essi presenteranno al kohen, diventerà di proprietà di quest’ultimo (Bemidbàr, 5:5-9).
Rashì (Troyes, 1040-1105) nel suo commento fa notare che la proibizione di derubare il prossimo era già scritta nella parashà di Vaykrà (5: 21-24) con queste parole: “Se qualcuno pecca e si comporta in modo sacrilego nei confronti dell’Eterno giurando il falso negando un pegno, un deposito, o un furto…”. Rashì afferma che la ripetizione in questa parashà viene per aggiungere due clausole: la prima è che il colpevole è obbligato ad aggiungere un quinto al valore da restituire a seguito della testimonianza di due testimoni e un sacrificio per espiare la sua colpa solo se confessa di avere commesso il furto. La seconda, che chi ha derubato un proselita che è morto senza eredi, deve restituire il maltolto ai kohanìm.
Chayim Yosef David Azulay (Gerusalemme, 1824-1806, Livorno) nel suo commento Penè David, cita un detto dei Maestri che affermano: “Disse r. Yehudà a nome di Rav: La maggioranza pecca rubando, una minoranza commettendo peccati sessuali, e tutti con malalingua cioè con polvere di malalingua” (T.B., Bavà Batrà, 165a). L’allusione a questi tre peccati nel nostro versetto è nella parola “ma’al” che contiene le lettere Mem (mammòn, soldi), ‘Ain (‘arayòt, peccati sessuali) e Lamed (lashòn, lingua).
Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in Mesoras Harav (p. 33) afferma che quando una persona commette un peccato viola la proibizione di “me’ila” (sacrilegio). Dio non è solo il creatore dell’universo. Egli è il Signore di tutto quello che esiste, inclusi gli esseri umani. In un certo senso i poteri dell’uomo sono in affitto, concessi temporaneamente dal Signore per un certo periodo di tempo. Peccando, l’uomo perde i diritti e i privilegi che gli erano stati concessi dal Signore. Quando un uomo si pente e ritorna sulla retta strada fa sì che la concessione ricevuta dal Creatore venga rinnovata.
R. Moshè Feinstein (Belarus, 1895-1986, New York) in Daràsh Moshè (p. 233, ed. Inglese), fa notare che in questa parashà la Torà parla di peccati che apparentemente hanno poco in comune: chi ruba e poi giura di non aver rubato, chi deruba un proselita e che colui che da’ la terumà al kohen e la decima a levita, ha il diritto di scegliere a chi darle. Quello che impariamo da questo passo della Torà è che il motivo per cui è proibito rubare non è semplicemente quello di danneggiare il prossimo. Se così fosse, un ladro potrebbe trovare un motivo razionale per derubare una persona ricca, convincendosi che non lo ha danneggiato. Così pure derubando un ricco proselita che non ha eredi. Oltre a derubare un uomo ricco, il ladro non danneggia neppure gli eredi. In terzo luogo, un ladro potrebbe razionalizzare che rubando terumà e decime non ha fatto male al padrone perché in ogni caso avrebbe dovuto darle ai kohanim e ai leviti. La Torà ha incluso queste trasgressioni nello stesso capitolo per insegnarci che rubando non si danneggia necessariamente la vittima del furto. Rubando ci si appropria di qualcosa che il Signore non ci ha dato. Il Signore ci ha dato solo quello che ci siamo guadagnati onestamente.














