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    NEWS

    Una confusa trattativa pubblica

    La rivelazione di Trump
    C’è stata grande agitazione negli ultimi due giorni sul fronte diplomatico fra Usa e Iran e di riflesso in Israele. Tutto è iniziato sabato notte con un post del presidente Trump sul suo social “Truth” in cui annunciava come “quasi concluso” un accordo con l’Iran, senza specificarne meglio i contenuti, ma affermando di aver agito dopo aver sentito i principali paesi della regione del Golfo e aver parlato anche con Bibi Netanyahu. Poco dopo questa comunicazione sono iniziate a uscire sui media americani indiscrezioni sul contenuto del memorandum di intesa, che in un primo momento sembravano rispecchiare largamente le posizioni dell’Iran: apertura graduale dello stretto di Hormuz al traffico commerciale senza il pagamento di tasse di passaggio, allentamento del blocco americano e uscita delle forze armate Usa dalla regione, cessate il fuoco su tutta la regione, incluso il Libano dove ancora Israele combatte con Hezbollah, fine garantita della guerra, sblocco dei beni iraniani sequestrati dagli Usa, alleggerimento delle sanzioni nessun impegno iraniano sul programma missilistico e sul sostegno economico e militare ai movimenti terroristici che ne dipendono (Hamas, Hezbollah, Houti), nessun impegno sul nucleare se non l’inizio di una trattativa sul tema entra sessanta giorni.

    Le reazioni
    Una soluzione del genere sarebbe stata pessima per gli Usa e per Israele, perché sul terreno di Hormuz avrebbe semplicemente restaurato la situazione anteguerra, senza alcuna garanzia che la Repubblica Islamica non ricominciasse le proprie politiche aggressive incluso l’armamento nucleare, con in più un robusto finanziamento economico dovuto alla fine delle sanzioni e alla restituzione dei fondi bloccati. E in effetti all’annuncio è seguita una tempesta di reazioni negative, a cominciare da importanti alleati americani di Trump, come il senatore Graham e l’ex Segretario di Stato Pompeo. Anche in Israele le reazioni della stampa sono state molto negative, benché Netanyahu e tutti i ministri (evidentemente su sua disposizione) non abbiano reagito pubblicamente. C’è da ricordare però che qualche giorno prima era uscita un’altra indiscrezione mai smentita che parlava di una telefonata “molto tesa” fra i due leader. Netanyahu nel contempo ha pubblicato un messaggio molto caloroso di solidarietà con il presidente americano domenica, dopo che era stato eliminato un attentatore trovato fuori dalla Casa Bianca.

    Le rettifiche
    Nel frattempo, la presidenza americana iniziava a far uscire delle rettifiche parziali sui contenuti dell’intesa, senza specificarli però del tutto. Degli accordi, si spiegava per esempio, faceva parte la consegna dell’uranio arricchito agli Usa; Israele era autorizzato a continuare la sua autodifesa anche preventiva da qualunque minaccia si profilasse, anche in Libano; le forze americane non avrebbero abbandonato la regione per tutto il periodo della trattativa, il blocco navale dell’Iran sarebbe stato solo allentato gradualmente e non eliminato per lo stesso periodo; inoltre l’amministrazione americana avrebbe chiesto a tutti i paesi arabi coinvolti nelle trattative (innanzitutto all’Arabia Saudita) di aderire agli accordi di Abramo.

    “Non faccio mai cattivi accordi”
    Messa in questi termini, sia pure con alcune ambiguità sul nucleare e il silenzio sul programma missilistico e i rapporti con i movimenti terroristici, l’intesa assomiglia molto di più alle richieste americane e concluderebbe la guerra con una chiara, anche se parziale, sconfitta del regime iraniano. E in effetti Trump, col suo solito stile molto pittoresco di comunicazione, ha indicato di nuovo con dei memo sul suo sito la possibilità di ripresa della guerra e ha assicurato con messaggi pubblici alleati e sostenitori che lui “non fa mai cattivi accordi” e che quindi l’intesa in corso di definizione non somiglia affatto a quella “pessima” conclusa da Obama a suo tempo. A questo punto però, le fonti iraniane hanno fatto sapere che la proposta americana “costituiva un passo” indietro e non era accettabile, per cui era possibile che la trattativa saltasse di nuovo. Molto probabilmente il negoziato continua di nuovo sottotraccia, e il breve ma confuso tira-e-molla pubblico sembra finito.

    Le prospettive
    È difficile dire come evolverà la trattativa, che somiglia a uno spettacolo pubblico di braccio di ferro. Certamente Trump ha bisogno di una conclusione, ma essa non può essere un ritorno allo stato precedente la battaglia di marzo, senza che ciò costi moltissimo in prestigio e potere di deterrenza agli Usa e in credibilità e probabilmente in voti nelle prossime elezioni a lui stesso. Quindi il presidente americano deve stringere la morsa economica sull’Iran fino a ottenere la disponibilità sui punti qualificanti che oggi manca (o forse è diversa fra le diverse ali del regime, diviso almeno in apparenza fra i “falchi” pasdaran e le “colombe” del governo). Certo che alcune dichiarazioni iraniane (come la proibizione di portare all’estero l’uranio, che è stata attribuita addirittura a un “ordine” della Guida suprema Mojtaba Khamenei) rendono assai più difficile un accordo accettabile agli americani. Le “linee rosse” cioè le condizioni minime americane sembrano inaccettabili alla fazione dominante in Iran e viceversa. Forse l’America dovrà dunque procedere a un nuovo ciclo di bombardamenti per ammorbidire la posizione nemica, anche se Trump sta evidentemente cercando in tutti i modi di evitarlo. Per quanto riguarda Israele, è evidente che nell’immediato lo Stato ebraico non può discostarsi troppo dalle scelte americane, e che deve ostentare lealtà, ricordando con cautela all’iracondo presidente i suoi impegni del passato, almeno sul nucleare e sull’autodifesa israeliana in Libano. E anche qui incombono elezioni che rendono più difficile ogni scelta. Insomma, la situazione non è affatto chiara e dobbiamo prepararci a nuovi colpi di scena.

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