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    ISRAELE

    Dopo il 7 ottobre: dal trauma alla forza collettiva

    “Something terrible happened to us… but we will turn pain into strength”. L’editoriale firmato da Hanoch Daum su Ynetnews non è solo una riflessione: è una dichiarazione d’intenti, un manifesto emotivo che prova a dare forma al dopo 7 ottobre.
    C’è una linea sottile, quasi invisibile, che attraversa il testo: quella che separa il lutto dalla reazione. Daum la percorre tutta, senza mai fermarsi davvero nel dolore. Lo evoca — i giovani soldati, gli amici sepolti, le vite spezzate — ma lo piega subito a un’altra funzione: diventare carburante. Non memoria che paralizza, ma “ una forza” capace di spingere in avanti.

    Il racconto parte da un incontro, concreto, quasi ordinario. Soldati che parlano, che ricordano, che continuano. È lì che l’editorialista costruisce la sua tesi: la guerra non ha solo ferito una generazione, l’ha anche temprata. La perdita, nella sua narrazione, non produce frattura ma compattezza, non disperde ma stringe. “Abbiamo perso tanto”, è il sottotesto che attraversa il pezzo, “ma non ci siamo spezzati”.

    E allora il punto non è più soltanto cosa è accaduto, ma cosa accade dopo. Nel testo prende forma un’idea precisa: la risposta israeliana non è soltanto militare, è prima di tutto morale. Una risposta che si nutre di identità, di appartenenza, di una resilienza che viene descritta come “qualcosa di unico”, capace di emergere proprio nei momenti più difficili.

    Anche il nemico entra in scena, ma in controluce. Serve a definire meglio il perimetro di questo racconto: da una parte chi trasforma la distruzione in determinazione, dall’altra chi — suggerisce l’autore — “non riesce a sopportare le conseguenze” delle proprie azioni. È un contrasto netto, volutamente sbilanciato, che rafforza il tono dell’editoriale.

    Più che chiudersi, il testo rilancia. Non offre una conclusione pacificata, ma una direzione: dal trauma alla ricostruzione, dalla perdita a una nuova forma di forza collettiva. È qui che l’editoriale smette di essere solo analisi e diventa narrazione, quasi un atto di fede civile. Una promessa — fragile quanto necessaria — che il dolore, almeno questa volta, “non sarà l’ultima parola”.

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