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    Giornata della Memoria ungherese: la testimonianza di Edith Bruck a Roma

    Ricordare non significa solo restare prigionieri del dolore, ma assumersi la responsabilità di costruire un futuro migliore, eliminando gli errori del passato. È questo il fil rouge emerso il 16 aprile 2026, in occasione della Giornata della Memoria ungherese dedicata alle vittime della Shoah, celebrata a Roma nella cornice di Palazzo Falconieri.

    L’iniziativa, promossa dall’Accademia d’Ungheria a Roma, si è aperta con gli interventi del direttore Márk Aurél Erszegi e dell’ambasciatore Andor Ferenc Dávid. Entrambi hanno sottolineato il valore attivo della memoria come strumento per contrastare l’indifferenza. Inoltre, Dávid ha spiegato come “la scelta del 16 aprile richiami l’inizio delle deportazioni, nel 1944, degli ebrei ungheresi”, una tragedia che lo Stato ungherese ha riconosciuto come parte della propria storia.

    Protagonista dell’incontro è stata la testimonianza di Edith Bruck, tra le voci più autorevoli della Shoah, collegata da remoto e in dialogo con Sebestyén Terdik, direttore della Casa Santo Stefano di Roma. Il suo racconto si è articolato attorno a cinque episodi definiti “luci”: piccoli gesti di umanità emersi nell’orrore dei campi di concentramento. Tra questi, ad esempio, decisivo fu l’intervento di un soldato che, durante la selezione, la spinse via dalla madre, facendola finire verso la fila di destra e salvandole la vita dalle camere a gas.

    Del dialogo colpisce soprattutto il suo rifiuto dell’odio. Uscita dal campo, Bruck racconta di non aver provato rancore, ma tristezza per chi si era lasciato disumanizzare e guidare dalla violenza. Inoltre, ha ricordato che finita la guerra, nella strada di ritorno a casa, lei e la sorella incontrarono dei soldati nazifascisti che chiesero aiuto. “Salimmo su un camion di carbone e condividemmo con loro il poco cibo che c’era”, riconoscendo in quest’azione un grandissimo gesto di umanità.

    Per Edith la scrittura è diventata una necessità, un bisogno di dare voce a ciò che non voleva essere ascoltato. “Ho iniziato a scrivere perché la carta, differentemente dalle persone, riesce a sopportare tutto”. La lingua italiana ha costituito il tramite più importante per la sua testimonianza, “uno spazio di libertà totale, lontano dal peso dei ricordi”. Il suo percorso si intreccia anche con l’incontro con Papa Francesco: “Aveva letto una mia lettera sul giornale e decise di conoscermi di persona, trattenendosi a lungo nel salone di casa mia.”

    Nel corso dell’evento, anche Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma, ha ribadito come “sentire il racconto di Edith ci faccia percepire quell’enorme abisso tra ieri ed oggi, una memoria che deve rimanere viva ed orientata alla costruzione di un futuro in cui tragedie simili non si ripetano.”

    La giornata si è conclusa, infine, con due mostre: una dedicata alla “vita straordinaria dell’architetto István Sajó” e, più in generale, alla comunità ebraica di Debrecen; e un’altra sulla “vita di Edith Bruck”, a cura di Edit Csàszi.

    La storia di Edith Bruck diventa così un ponte tra nazioni e generazioni: nata in Ungheria e adottata dall’Italia, la sua voce continua a ricordare che, anche nei momenti più bui, è possibile trovare la luce, ispirando dialoghi e comprensione reciproca.

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