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    ROMA EBRAICA

    Addio ad Angelo Moscati, storica figura dell’Oratorio Di Castro

    Ci ha lasciato Angelo Moscati z.l., Shammash e Parnas presso l’Oratorio Di Castro a Roma dal 1958 al 2000, dal 1966 come volontario. Una presenza discreta e importante, di supporto ai frequentatori, è stato testimone e protagonista delle trasformazioni dell’edificio attraverso la costituzione del Tempio Ashkenazita realizzato da Angelo e Marcello Di Castro accanto a quello italiano dove si svolgono anche le preghiere tripoline, la realizzazione delle vetrate nel 1991 opera di Angelo Di Castro, la costruzione della Sukkah sulla terrazza, i restauri.

     

    L’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma lo ha intervistato nel 2014, in occasione del centenario della Sinagoga sita in via Balbo.

     

    Quali sono i suoi primi ricordi riguardo l’edificio di Via Balbo?

    Sono entrato al Tempio di Via Balbo [realizzato da Costa e Armanni nel 1914, n.d.a.]: fu richiesto uno Shammash, io ero in Canada, mi mandarono a chiamare. Mio fratello Pellegrino è anche lui uno Shammash del Tempio Maggiore e fece gli esami per me; io venni, fui assunto come Shammash e cominciai il lavoro.

    Stavo in Canada, emigrante con moglie e due figli, perché la situazione era molto molto critica: facevo il venditore ambulante senza una licenza; ogni giorno sequestri, camere di sicurezza. E quando questo non fu più sopportabile – con moglie e due figli vivevamo in via Sant’Ambrogio – decidemmo di partire per il Canada. Lì poi mi ammalai e dopo due anni siamo tornati. Dopo la richiesta di questo Shammash prendemmo servizio su via Cesare Balbo. Ero contento di tornare. Al Tempio di via Balbo ci diedero un sottosuolo con abitazione in cui c’era una camera dentro l’altra – io, mia moglie, Enrica Sermoneta, incinta e con due bambini, Cesare e Letizia – non riscaldata.

    Cominciammo il servizio, ma non c’era quasi mai Minian; di mattina non funzionava. Per svolgere le funzioni a Rosh Chodesh, col Maestro Vivanti, allora rabbino del Tempio, si decise di chiamare gli anziani che erano all’Isoletta [la Casa di riposo ebraica all’Isola Tiberina, n.d.a.]. Chiamarono cinque o sei di loro che venivano una volta al mese quando era Rosh Chodesh, questi venivano e si raggiungeva il Minian. Siamo nel ’58.

    L’edificio era costituito da Mikwè, forno per le azzime, galleria delle donne, scuola: c’è stato un periodo che funzionava come scuola dalle elementari fino a una sola classe di liceo: era frequentato dai figli dei Sabbadini, qualche Piperno, mi sembra [l’edificio ha ospitato nel 1933 lezioni di ebraico organizzate dall’ADEI, dagli anni ‘40 l’Istituto tecnico inferiore e superiore e parte delle Scuole medie, nell’a.s. 1951-1952 un distaccamento della Scuola elementare ebraica e, nell’a.s. 1952-1953, una nuova Scuola media; è stato punto di riferimento dopo la Shoah per la rinascita della Comunità, n.d.a.].

    Un giorno, quando noi facevamo le azzime al Tempio giù [al piano inferiore, n.d.a.], il forno prese fuoco. Io con moglie e tre figli – perché poi è arrivato Marco che era il terzo figlio – avemmo tanta di quella paura che volevamo andare via. Smantellarono il forno e ne fecero un Tempio per gli Askenaziti.

    Poi mi ricordo che cadde dal soffitto un pezzettino piccolo di intonaco: il Presidente della Comunità diede l’ordine di buttare tutto quanto giù, quei bei disegni che c’erano, meravigliosi.

    Cominciò a frequentare il Tempio la famiglia di Calò Prospero. Guardando su [il soffitto, n.d.a.] disse: “Ma [è rimasto, n.d.a.] solo un disegno [originale, n.d.a.]?”. Gli raccontai io tutto il fatto, come era successo e disse: “Facciamo una cosa, adesso facciamo una raccolta; io darò più che posso e prenderò un grande pittore che lavorava a Parigi”. Questi fu chiamato e cominciò a lavorare sulla base dei disegni antichi. Sennonché vedendo che in alcuni angoli rimaneva vuoto, lui mise una Menorà.

    Anche la famiglia Sabbadini contribuì molto con tante offerte per far sì che dentro il Tempio mettessero delle stufette elettriche. Ma non erano ancora sufficienti, spesso si sentiva il freddo. Anche gli Haggiag contribuirono a installare dei riscaldamenti.

    Sono stati rifatti anche i pavimenti su alla galleria delle donne, sempre per merito degli Haggiag. Furono rifatti tutti gli arredi del Tempio, cioè vari banchetti, tutta roba nuova e alcune panche le abbiamo lasciate al Tempio Maggiore.

    Poi gli Arbib: Vito Arbib, davanti all’Aron HaKodesh, ha allargato perché non poteva salire ché era così stretto.

    Quando funzionava la scuola, io dovevo stare attento sia al Tempio che alla scuola: mi mettevo sul portone, ero attento perché entravano questi ragazzi e bambini che la mattina venivano alle 8 e finivano alle 14, li portavano con il pullman. L’asilo era gestito dalla sig.ra Pinto mentre chi era a scuola era la Mieli. Nella scuola c’erano elementari ed una sola classe di liceo. Quando si notò che i locali non erano più adeguati per la scuola, quei ragazzi cominciarono ad andare alla “Polacco”.

    Come erano i rapporti tra il Tempio italiano e il Tempio Askenazita e la scuola?

    È andato sempre bene. Ma il Tempio Askenazita è stato fatto quando la scuola è andata via perché sennò non si poteva fare. Poi nei locali della scuola è stato fatto il Kadima, l’organizzazione dei giovani, ma non è durato molto.

    Poi le terrazze che sono state sempre rifatte dalle famiglie Calò e Sabbadini. Specialmente l’ultima terrazza, la principale è venuta una meraviglia: ci si fa la Sukkà, ci si fanno anche là i ricevimenti. Si fanno rito tripolino e rito italiano, ci “abitiamo” tutti insieme.

    Com’ era l’atmosfera al Tempio di via Balbo quando lei ha cominciato a lavorarci?

    Dopo le difficoltà iniziali, quando sono arrivati i Tripolini ha cominciato a funzionare molto meglio il Tempio perché venivano e mi ricordo che si facevano anche due Minian: uno sempre con il rito degli italiani e l’altro sempre con il rito Sefardita perché erano proprio tanti.

    L’atmosfera era molto buona e tutti desideravano contribuire per fare sempre vedere quel Tempio in buono stato perché veramente sono stati fatti tanti lavori, dal soffitto fino a tutte le vetrate.

    Nel corso degli anni, certo, un po’ di “battibecchi” c’erano! […] Però tutte le cose sono andate per il verso giusto e sono andate bene.

    Anche con il forno è stata fatta una grande Mitzwà, quando i libici ancora erano giù [in Libia, n.d.a.], si mandavano tanti quintali di azzime. Si lavorava la notte al forno delle azzime e si mandava un quantitativo di azzime in Libia e loro erano ben contenti di ricevere queste azzime e chi faceva tutto lì era un certo, noi lo chiamavamo “Zio Nicola”, che era il direttore di questo forno per le azzime e anche l’infornatore.

    Si facevano le pulizie, lo Shammash faceva tutte le cose, facevo tutto io, io e mia moglie, che faceva da Shammash alla galleria delle donne.

    Il volontariato mio è durato tanti anni, grazie a D-o, senza percepire nessuno stipendio. Poi mi trasferii in via Napoli, ci sono stato più di 25-30 anni. Poi la palazzina fu venduta e venni ad abitare in “Piazza”. Da lì ho lasciato perdere perché farla a piedi, quando piove, non era possibile.

    Sono state fatte altre celebrazioni all’interno del Tempio al di là della preghiera?

    Sì, si facevano dei Limud, quando ce n’era bisogno, poi matrimoni. Si facevano i matrimoni però tra gente che era divorziata, che non voleva farlo al Tempio grande e sposavano al Tempio di via Balbo. Milot si sono fatte, sì, funzionava molto bene il Tempio, anche se non c’era tanta gente.

    Poi è entrato in funzione il Kadima, hanno fatto la sala dei rinfreschi, anche questo è andato molto bene.

    C’è stato anche un matrimonio di deportati: Giuseppe Di Porto e sua moglie, Marisa Di Porto.

    Quando Pitigliani frequentava, come Presidente della Comunità, molte cose sono cambiate anche a via Balbo: c’era più rispetto, sui servizi dei Hazanim, dei Rabbini. Con l’avvento di Pitigliani poi hanno fatto le lezioni a via Balbo, è stata una persona proprio che frequentava quel Tempio, prima ancora di essere Presidente della Comunità, ma lui ha messo a posto tante cose. Prima eravamo una Comunità che vivevamo di elemosina, con l’avvento di Pitigliani siamo stati “messi a posto”, avevamo l’INPS, avevamo tutto quello che ci serviva, le malattie [pagate, n.d.a.], prima andavamo via senza neanche un centesimo [di liquidazione, n.d.a.].

    È meravigliosa per me Via Balbo, non si dimentica mai, è come il primo amore! Io ci sono ancora affezionato e quando posso, anche benché a ottantasei anni, io ci vado. Non voglio “portare avanti” me stesso, ma, dico, quello che ho fatto per il Tempio di via Balbo, quelle poche persone che sono state affianco con me, possono testimoniare, cominciando da Pino Arbib. Molta gente si raccomanda ancora oggi perché non vada al Tempio di via Balbo: purtroppo è la distanza; di giorno di Rosh Chodesh che si può prendere l’auto, ci vado volentieri.

    I primi tempi, poi, ho frequentato anche il Tempio Askenazita con Rav Hazan, fino a che ho abitato in “Piazza”, tutte le mattine andavo al Tempio di via Balbo, proprio tutte, tutte le mattine. Lo facevo ben volentieri, soltanto mi disturbava quando pioveva perché sono religioso e non possiamo portare niente. Mi manca via Balbo, manca tanto  a me e a mia moglie. L’atmosfera è veramente molto bella. Tutti i miei figli hanno fatto il Bar Mitzwà là, il Chatan Torà sempre a via Balbo e mio figlio Marco ci ha fatto la Milà. Via Balbo rimane nel cuore, non c’è niente da fare, è un Tempio bellissimo.

    Più volte è stato restaurato quel Tempio di via Balbo, anche all’esterno, dall’architetto Angelo Di Castro e da suo figlio Marcello. Hanno rimesso a posto i Dieci Comandamenti che sono al di fuori del Tempio, tutta la facciata che cadeva proprio a pezzi, sempre l’architetto Di Castro, questo me lo ricordo bene e alcuni lavori sono stati fatti dal figlio Marcello al Tempio Askenazita.

    Avete mai avuto problemi con i vicini?

    Mai, anzi, c’erano dei portieri vicino al Tempio nostro che venivano il Sabato ad accendere luci, a spegnere le luci. Si poteva fare a quell’epoca e noi lo facevamo. Era gente molto per bene.

    Problemi di antisemitismo?

    Niente, niente. Ho ricevuto delle lettere che ci avrebbero ucciso me, mia moglie e miei figli, negli anni Sessanta. C’era Aldo Sonnino che organizzò dei ragazzi come Shomerim, ma durò poco e queste lettere terminarono ringraziando Iddio. Le lettere arrivavano proprio al Tempio di Via Balbo: “Vi uccideremo tutti” e cose oltraggiose, ci mettevano paura, eppure noi abbiamo resistito, erano solo minacce, grazie a D-o.

     

     

    Tratto da S. H. Antonucci, Le vicende dell’edificio di via Balbo nelle parole di coloro che l’hanno vissuto, in L’Oratorio Di Castro. Cento anni di ebraismo a Roma (1914-2014), a cura di Claudio Procaccia, Roma, Gangemi Editore International, Collana Roma ebraica-5, 2014, pp. 83-168.

    Che il suo ricordo sia di benedizione.

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