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    IDEE - PENSIERO EBRAICO

    Parashà di Shelàkh: Il popolo del tekhèlet

    Questa parashà descrive l’invio degli esploratori mandati da Moshè nella terra di Cana’an. Gli esploratori invece di dare solo un rapporto sulla situazione del territorio, espressero un parere negativo sulla capacità del popolo di conquistarlo. Questa loro azione che mostrava mancanza di fiducia nell’Eterno che aveva promesso loro la la Terra di Cana’an, fece sì che il popolo, impaurito, esprimesse il desiderio di tornare in Egitto.

    Menachem Genack (NY, 1949) in Birkàt Yitzchàk (p. 215) fa notare che la parashà inizia con il peccato degli esploratori e termina con la mitzvà di legare lo tzitzìt ai quattro angoli degli abiti. Egli intitola questo suo commento con le parole “Ha-chet ve-tikunò” (Il peccato e la sua correzione).
    Genack fa notare una similarità di espressioni nel passo degli esploratori e in quello dello tzitzìt. Riguardo agli esploratori è scritto: “Ve-yatùru et Eretz Cana’an” (ed esplorarono la Terra di Cana’an) e riguardo agli tzitzìt è scritto: “ve-lo-tatùru acharè levavkhèm ve-achare ‘enekhèm” (e non andrete vagando dietro il vostro cuore e i vostri occhi).

    E ancora riguardo agli esploratori è scritto: “Uritèm et ha-aretz” (e vedrete il paese), e riguardo agli tzitzìt è scritto: “Uritèm otò” (e lo vedrete). R. Genack osserva che questo parallelismo viene sottolineato da Rashì (Troyes, 1040-1105) che cita il Midràsh Tanchumà e scrive: “Ve lo tatùru acharè levavkhèm (e non andrete vagando dietro al vostro cuore) assomiglia all’espressione relativa agli esploratori “mi tur ha-aretz” (dall’esplorare il paese); il cuore e gli occhi fungono da agenti del peccato per il corpo; l’occhio vede, il cuore desidera e il corpo compie le trasgressioni.

    Genack commenta che la mitzvà dello tzitzìt è l’antidoto del peccato degli esploratori. Il loro peccato fu di guardare la Terra d’Israele in modo limitato e superficiale. Non videro le caratteristiche speciali del paese (eretz chemdà, eretz segullà). D’altra parte lo scopo della mitzvà dello tzitzìt è quello di elevare la visione dell’uomo. La parola tzitzìt deriva dalla radice tzitz, che ha il significato di guardare, come nel versetto del Cantico dei Cantici (2:9): “Metzìtz min ha-charakìm” (guarda dalle inferriate). Un atto di guardare in profondità.

    Gli tzitzìt sono composti da frange con fili di lana bianca e un filo di lana blu (tekhèlet), che ha preso il colore dal chilazòn, probabilmente il mollusco “murex trunculus”.

    Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in Mesoras Harav (p. 123) commenta che il colore bianco denota chiarezza, distinzione, razionalità, tutto ciò che è evidente. Quando il profeta si riferisce alla forza della teshuvà e del perdono divino, usa il termine “bianco” come sinonimo di purità (Isaia, 1:18). Il colore tekhèlet è proprio il contrario. I Maestri dicono: “Il (colore) tekhèlet assomiglia al mare, il mare assomiglia al cielo, e il cielo assomiglia al trono divino” (Talmud B., Sotà, 17a).Il colore blu è associato alla distanza e alla inaviccinabilità. Dio è al di là dell’Universo. Tutto ciò che non possiamo raggiungere, tutto ciò che è al di là del nostro controllo, tutto ciò che è per noi un mistero è considerato dai Maestri come tekhèlet […]. I mari e il cielo sono illimitati e fuori della portata umana […]. È l’area che rimane un enigma permanente che resiste razionalizzazione e quantificazione. È il reame della filosofia e della religione, che postula verità ovvie, anche se il grande mistero persiste e una decifrazione precisa si rivela sfuggente. Mentre il colore bianco evoca ciò che è chiaramente percepibile, il tekhèlet rimanda a una dimensione che viene colta solo vagamente.

    Un ebreo deve focalizzarsi sul bianco e cercare di capire il mondo. La Torà non desidera che gli uomini vivano nell’oscurità […]. Se la storia ebraica avesse funzionato solo con il bianco, oggi non saremmo a combattere per lo Stato d’Israele. Costruire una patria nel mezzo di popoli la cui opposizione alle aspirazioni ebraiche è furibonda e inarrestabile, manca di una giustificazione razionale […]. Solo un popolo sostenuto dal tekhèlet poteva essere motivato a ricostruire uno stato dopo duemila anni di esilio.

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