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    IDEE - PENSIERO EBRAICO

    Da New York ai licei di Roma, la migrazione delle narrazioni

    Sulla vicenda della lettera del professore del liceo di Roma Vivona ai suoi studenti dopo l’esame di maturità, poniamoci una domanda: come mai un certo modo di parlare di Israele — frequente ai margini della militanza più radicale —rischia sempre di finire, prima o poi, per presentarsi come l’unica lettura moralmente accettabile della realtà?

    Lo racconta bene, da New York, il giornalista Yuval David su Yedioth Ahronot: idee che vivevano ai margini delle proteste studentesche e delle risoluzioni ONU si sono spostate dentro il municipio, nei consigli comunali, e presto — scrive — rischiano di orientare l’atteggiamento della prossima generazione di leader americani verso Israele ancora prima che arrivino alla politica nazionale. Un percorso che porta dal margine al centro del potere istituzionale. È lo stesso percorso, su scala molto più piccola ma non meno significativa, che la vicenda del liceo romano e della lettera del professore mette a nudo. Certo, non stiamo parlando di un mayor che promette arresti che sa di non poter eseguire. Stiamo parlando di un contesto scolastico. Ma la dinamica presenta elementi analoghi: una narrazione ideologica, nata altrove, che entra in uno spazio istituzionale e vi si installa come se fosse neutra, come se fosse semplicemente “la realtà”, con il rischio di assumere una funzione di orientamento ideologico.

    Se questo accade in una scuola, la posta in gioco è persino più alta, perché lì ci sono gli studenti, in una fase della vita in cui si formano gli strumenti per pensare.

    Il pogrom del 7 ottobre, la natura assassina e bestiale di Hamas, assieme al suo progetto di uccidere gli ebrei: tutto questo rischia di essere cancellato da un’unica narrazione, dove Israele è il colpevole assoluto e ogni voce difforme è marginale per definizione. In questo turbine di narrazioni rischiano di finire tanti altri eventi, anche attraverso il silenzio: infatti chi fa notare, in una discussione, che esistono molti teatri di sofferenze, violenze e morte nel mondo, sempre più spesso trascurati e ignorati dall’opinione pubblica, come scrive in altre parole David, rischia di essere accusato di “Whataboutism”. Perché la narrazione anti israeliana è diventata, in troppi contesti, l’unica ammessa.

    Come ha osservato la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Livia Ottolenghi commentando il caso Vivona, alla scuola spetta un compito preciso: formare il pensiero critico, non orientarlo verso un’ideologia. Un docente ha diritto alle proprie idee. Non ha il diritto di trasmettere opinioni come fossero realtà.

    Per gli studenti ebrei, ovunque questo accada — a Roma come a New York — il prezzo è lo stesso: sentirsi chiamati a giustificarsi, a spiegare, a difendersi per un’identità che qualcuno ha deciso di rendere sospetta, controversa.

    La libertà di insegnamento non è in discussione. Lo è la pretesa di alcuni di scambiarla per libertà di militanza ideologica. A New York un sindaco può promettere ciò che sa di non poter fare, perché quella promessa vale solo come strumento per attirare consenso e plauso: nessuno gliene chiederà mai conto davvero. In una scuola, invece, il conto lo pagano sempre gli studenti, anche quando si portano a casa un’idea del mondo già confezionata, presentata come invito al pensiero critico.

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