
C’è qualcosa di profondamente umano nel gesto di creare con le mani. Toccare la materia, plasmarla, intrecciarla, piegarla, darle una nuova forma significa lasciare una traccia, ma anche cercare una risposta. È proprio da questa idea, semplice e insieme potente, che prende vita la terza edizione della Tel Aviv Biennale of Crafts and Design, ospitata al MUZA – Eretz Israel Museum fino al 7 novembre 2026. Il titolo, “Works and Days”, “Opere e giorni”, è tratto dal poema di Esiodo e diventa una chiave poetica per interrogarsi sul significato del lavoro, della creatività e della responsabilità nel mondo contemporaneo.
Non è soltanto una grande esposizione di oggetti belli. È soprattutto un racconto dell’Israele di oggi attraverso ciò che gli artisti e i designer sanno fare: trasformare la materia in pensiero, la tradizione in linguaggio contemporaneo, il ricordo in forma e persino l’incertezza in possibilità.

Oltre 1.500 proposte sono state esaminate per arrivare alla selezione finale, che riunisce più di 200 opere e progetti di autori affermati e giovani emergenti. Ceramica, vetro, tessuto, carta, fibre, metallo e gioiello dialogano con architettura, design industriale, comunicazione visiva, video e pratiche performative. Il risultato è un percorso sorprendentemente ricco, nel quale i confini fra arte, artigianato e design sembrano dissolversi. Un vaso può diventare una riflessione sulla memoria; un tessuto può custodire una storia; un oggetto quotidiano può trasformarsi in una domanda sul nostro modo di vivere.

È questo forse il cuore più emozionante della Biennale. “Works and Days” non guarda al lavoro soltanto come produzione o professione, lo interpreta come azione, capacità di incidere sulla realtà, responsabilità etica. Nello Stato d’Israele, che negli ultimi tre anni ha attraversato una delle fasi più drammatiche della propria storia, creare assume inevitabilmente un significato più profondo. Le opere raccontano così anche il presente: la fragilità, l’urgenza, la resilienza, il desiderio di continuare a costruire. Non attraverso dichiarazioni retoriche, ma attraverso la materia stessa. La ceramica conserva le impronte delle dita. Il metallo porta i segni della lavorazione. Il filo unisce elementi separati. Il legno mantiene la memoria dell’albero. Il vetro cattura la luce. Sono materiali che, nella loro concretezza, sembrano ricordarci che ogni trasformazione richiede tempo, pazienza e cura. Gli artisti utilizzano tecniche antiche accanto a tecnologie contemporanee, facendo dialogare saperi tramandati e sperimentazione. La tradizione non appare quindi come qualcosa da conservare immobile, ma come una materia viva, capace di cambiare insieme alla società. È una prospettiva particolarmente significativa nello Stato d’Israele, dove culture, memorie e tradizioni provenienti da luoghi diversi hanno contribuito a costruire un’identità complessa e continuamente in trasformazione.

La Biennale invita a guardare a questi oggetti non soltanto per ciò che sono, ma per ciò che raccontano. Dietro una tecnica può esserci una generazione; dietro un materiale, un luogo; dietro un gesto artigianale, una storia familiare.
Camminando negli spazi del MUZA, la sensazione è quella di entrare in un grande laboratorio di idee. Non c’è una separazione netta fra chi guarda e chi crea. Le opere sembrano suggerire che ogni oggetto possa contenere un frammento di vita. Alcune sorprendono per la forza visiva, altre per la delicatezza. Alcune sembrano nate da un gesto antico, altre appartengono decisamente al futuro. Insieme compongono il ritratto di una scena creativa israeliana estremamente vitale, capace di muoversi fra arte e tecnologia senza perdere il contatto con la materia. Particolare attenzione è dedicata anche alla sostenibilità ambientale e alla ricerca sui materiali. Il futuro del design passa infatti sempre più dalla domanda su come produciamo, cosa utilizziamo e cosa lasciamo dietro di noi.

La Biennale non offre risposte semplici. Preferisce porre domande. Che cosa significa creare oggi? Che responsabilità ha un designer? Può un oggetto cambiare il nostro modo di guardare il mondo? E soprattutto: che cosa possiamo ancora costruire quando tutto intorno a noi sembra così fragile?
La Tel Aviv Biennale 2026 arriva dunque in un momento nel quale parlare di creatività significa anche parlare di futuro. Le opere non cancellano il dolore e non pretendono di risolvere le contraddizioni del presente ma affermano qualcosa di essenziale: continuare a creare significa continuare a credere nella possibilità di costruire. Ed è questo l’auspicio per il 5787.


Foto credit:
Allestimento Biennale @Daniel Hanoch
Vered Aharonovich @Michael Liran













