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    Cultura

    Pane morbido al miele per la fine del digiuno di Kippur

    Venticinque minuti. È difficile immaginare quanto siano lunghi venticinque minuti finché non si prova a stare in piedi e ad applaudire per tutto quel tempo.

    È successo alla Mostra del Cinema di Venezia. Tutto il pubblico alzato, un lunghissimo applauso per un’opera su Gaza che, ai miei occhi, ha la forza e soprattutto la pericolosità della propaganda: raccontare una storia scegliendo accuratamente quale eventuale parte della realtà meriti di entrare nell’inquadratura e quale debba restarne fuori. E allora non voglio chiedermi, qui, quanto di ciò che viene raccontato sia vero.

    Voglio farmi una domanda diversa. “Che cosa succede alla verità quando decidiamo in anticipo quali fatti siamo disposti a guardare?”. Perché ci sono immagini che non appartengono a un’opinione politica. Ci sono fatti realmente accaduti. Il massacro del 7 ottobre. Il Nova Festival. Famiglie assassinate, persone rapite, bambini uccisi. Ci sono immagini che abbiamo visto sui nostri schermi e testimonianze che abbiamo ascoltato.

    Eppure è possibile costruire un racconto nel quale tutto questo diventa sfondo, premessa lontana o addirittura qualcosa che non merita più di essere guardato. Poi le luci si accendono e una platea si alza in piedi e applaude.

    Per venticinque minuti.

    Ed è forse questo che dovrebbe interrogarci più del film stesso. Non le idee politiche né tantomeno gli schieramenti da stadio. Ma piuttosto se abbiamo ancora davvero voglia di conoscere la verità, oppure se cerchiamo soltanto storie capaci di confermare la verità che abbiamo già scelto.

    Perché la propaganda non funziona necessariamente inventando ogni cosa. A volte è molto più efficace: sceglie. Decide cosa mostrarci e cosa lasciare fuori dall’inquadratura. Quale dolore meriti un primo piano e quale possa essere tagliato al montaggio. Quale vittima abbia un nome e quale diventi un dettaglio scomodo. E noi facciamo esattamente la stessa cosa con noi stessi. Forse è per questo che penso a quella platea proprio alla vigilia di Yom Kippur.

    Yom Kippur è il giorno nel quale l’ebraismo ci impedisce di fare montaggio. “Abbiamo sbagliato. Abbiamo tradito. Abbiamo rubato.” Non diciamo: “Ho sbagliato, però avevo le mie ragioni”. Non eliminiamo le scene nelle quali non ci piacciamo. Non scegliamo soltanto i ricordi che ci assolvono. Non costruiamo una versione di noi stessi nella quale siamo sempre le vittime e mai i responsabili.

    Per venticinque ore siamo chiamati a una cosa terribilmente difficile: guardare tutto.

    La verità non è necessariamente nel mezzo. Questa frase, che ripetiamo così spesso, può diventare un’altra maniera per non cercarla.

    La verità è dove sono i fatti e cercarla significa essere disposti a incontrare anche quelli che disturbano ciò che vorremmo credere. Vale quando guardiamo una guerra, quando guardiamo un popolo, e quando guardiamo noi stessi.

    Forse la domanda di Yom Kippur non è soltanto: “Di che cosa devo chiedere perdono?”, ma piuttosto: “Che cosa sto scegliendo di non vedere?”.

    Quando il digiuno termina, torniamo finalmente al cibo. E quest’anno vorrei farlo con qualcosa che ha bisogno esattamente di ciò che manca alle verità costruite troppo velocemente: il tempo.

    Pane morbido al miele per la fine del digiuno

    Ingredienti:

    • 500 g di farina
    • 7 g di lievito secco
    • 1 uovo
    • 50 g di miele
    • 50 ml di olio
    • 220–240 ml di acqua tiepida
    • 10 g di sale

    Preparazione:

    Impastate fino a ottenere un impasto morbido ed elastico. Coprite e lasciate lievitare fino al raddoppio. Formate una pagnotta o dei piccoli panini e lasciate lievitare nuovamente per 30–40 minuti. Spennellate con poco uovo e cuocete a 180°C fino a doratura.

    Gmar Chatimà Tovà.

    Illustrazione di Ludovica Anav

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