
Naza ha occupato le pagine culturali di mezzo mondo prima ancora di arrivare nelle sale e, a leggere titoli e commenti, sembra che a Venezia sia già stato assegnato un Oscar, più che un premio della giuria. I venticinque minuti di applausi sono stati la seconda parte del film. La forza di certe opere, oggi, sembra risiedere sempre più in ciò che rappresentano, nel significato politico che viene loro attribuito, e sempre meno nella loro sostanza, anche quando quest’ultima è menzogna.
Sono arrivati i fiumi di editoriali, le recensioni trionfalistiche, le cronache dell’ovazione, le immagini dei registi con quell’espressione da eroi riluttanti stampata sul volto che tradiva il compiacimento mentre si adagiavano sullo scroscio di applausi. Manco fossero i Rossellini di Roma città aperta, nei fasti del grande cinema italiano, che quest’anno a Venezia è rimasto a bocca asciutta. Quella fotografia degli autori di Naza sul Red carpet, così intensamente coinvolti e militanti, e insieme con quell’aria quasi aliena di chi è appena atterrato da un altro pianeta, è diventata essa stessa parte del racconto.
Da Venezia il film ha continuato il suo viaggio propagandistico sui giornali internazionali. Se ne parla come un’opera necessaria. E non c’è dubbio sia tale, per chi vuole marchiare Israele di una colpa che non ha. L’unica discussione veramente valida su Naza si è aperta proprio in Israele: una discussione che va oltre il cinema ed è sulla guerra mediatica. Con una constatazione amara ma oggi assai ovvia. Su quel fronte Israele sta perdendo, perché questo film – o se si vuol essere buoni chiamiamolo “documentario a tesi” – dimostra ancora una volta che la narrazione si consolida prima ancora che il pubblico abbia avuto gli strumenti per interrogarsi sui fatti. È la guerra dopo la guerra che si combatte nello spazio delle immagini, dell’immaginario, delle piattaforme, delle ovazioni che fanno rimpiangere i 92 minuti di applausi di Fantozzi.
Luci spiegate ovunque su questo film. Riflettori spenti, invece, sul 7 ottobre: Naza parla della guerra che ne è seguita, ma non racconta il pogrom di Hamas che quella guerra ha scatenato. La storia è costruita su testimonianze anonime che raccontano solo ciò che serve alla tesi, secondo cui l’esercito israeliano avrebbe deliberatamente accettato o messo in conto l’uccisione di civili. Una tesi orrenda, che offende tutti quei ragazzi di vent’anni, soldati, mandati nei vicoli, nei corridoi, nelle strade di Gaza, a combattere i terroristi uno ad uno, anche nel tentativo di limitare il nezek agavi, il “danno collaterale”.
L’anonimato può proteggere una fonte. Ma quando un film si regge quasi interamente su voci senza volto, e insieme lascia fuori campo l’evento che ha scatenato il conflitto, il dubbio è necessario e doveroso per tutti. I registi sono israeliani, ma il film non nasce dalla pancia di Israele. E soprattutto non racconta un fatto che nessuna narrazione può permettersi di cancellare: il 7 ottobre.
In questo scenario è arrivata su Netflix la quinta stagione di Fauda. Allora siamo a David contro Golia. E Fauda 5, il 7 ottobre, lo racconta. Tenta di farlo, perché nessun film potrà mai rappresentare il massacro, e nessuna immagine di finzione potrà restituire neanche in minima parte la tragedia, l’efferatezza e le dimensioni di quel crimine orrendo. Fauda racconta la paura, la disperazione, il coraggio, lo shock di persone travolte dagli eventi prima ancora di poterli comprendere, senza la distanza rassicurante della ricostruzione a posteriori, ma attraverso il corpo e lo sguardo di chi la realtà del massacro l’ha vissuta. È un’elaborazione dolorosa, per chi c’era e per chi è arrivato dopo, per chi non ha fatto in tempo, non è riuscito, a salvare un congiunto, un amico, un figlio. E magari non è riuscito perché lungo il percorso, come è accaduto a tanti, ha sentito il dovere di fermarsi per tentare di salvare dei ragazzini dalle mani grondanti di sangue dei terroristi di Hamas. I creatori di Fauda, loro sì che hanno avuto vero coraggio nel portare sul piccolo schermo il sentimento più doloroso che attraversa Israele dal 7 ottobre.
Guardando al successo che ottiene la serie, come dimostrano le classifiche anche dei paesi arabi, Fauda 5 incrina la patina di politically correct riservato a Naza e contribuisce a mettere in discussione l’idea che una certa rappresentazione del conflitto sia ormai moralmente obbligatoria, che non ha bisogno di essere interrogata perché arriva già corredata dalla propria legittimazione. Fauda 5, senza minuti di applausi, o tappeti rossi e con pochi articoli usciti sui giornali, combatte la guerra per ristabilire la verità.













