
Fotografie, lettere, e oggetti personali per restituire la storia della persecuzione antiebraica in Italia. Dal 14 al 25 ottobre, il Museo di Roma a Palazzo Braschi ospita ‘L’archivio racconta. Memorie di famiglia nei documenti della persecuzione antiebraica’, mostra promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e dalla Fondazione Museo della Shoah, con il patrocinio di Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e Comunità Ebraica di Roma. La mostra è a cura di Marco Caviglia, responsabile dell’Archivio storico della Fondazione Museo della Shoah, con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura.
La mostra è stata inaugurata ieri presso Palazzo Braschi alla presenza del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, del presidente della Fondazione Museo della Shoah, Mario Venezia, del Rabbino Capo Riccardo Shemuel Di Segni, del Vicepresidente della Comunità Ebraica Alessandro Luzon, della Direttrice dei Musei Civici della Sovrintendenza Capitolina Ilaria Miarelli Mariani.
Il sindaco Gualtieri ha riaffermato il valore della mostra in quanto “ci riporta al nostro dovere civico e morale di tenere viva la memoria, combattere il mostro dell’antisemitismo, di ricordare anche che quello fu il punto più basso a cui è giunta l’umanità”. Il sindaco ha aggiunto: “Ricordiamo che la Shoah non è una cosa lontana ma qualcosa che è avvenuto nei luoghi e nelle strade della nostra città e ha riguardato persone che erano compagni di banco di altri cittadini italiani”.

La Direttrice Mariani ha commentato, “Questa storia è molto legata alla nostra città e va raccontata anche esponendo le testimonianze, l’archivio, le storie delle famiglie che si intrecciano, le lettere e i gesti di vita quotidiana”.
L’esposizione ospita undici fondi familiari, acquisiti dall’Archivio storico della Fondazione in oltre dieci anni di attività, tra cui l’inedito fondo Shlomo Venezia. Grazie a questi fondi, sono state ricostruite nove testimonianze relative a Emma Di Veroli, Lea Polgar, Marco Di Porto, Attilio Lattes, Roberto Arbib, Nando Tagliacozzo, Pacifico Di Consiglio, Piero Terracina e Shlomo Venezia, oltre alla documentazione e agli oggetti riconducibili alle altre vicende familiari presenti nel percorso.
Il Presidente della Fondazione Museo della Shoah, Mario Venezia, ha riaffermato l’importanza dei donatori che hanno scelto di affidare alla fondazione gli oggetti delle proprie famiglie che sono stati esposti nella mostra: “La famiglia che dona i propri oggetti, i propri ricordi dei propri cari compie un atto veramente importante”.
I materiali ripercorrono il periodo compreso tra le leggi antiebraiche del 1938 e la Liberazione, documentando le conseguenze della discriminazione sulla vita quotidiana fino alla deportazione. Il fondo di Piero Terracina documenta la deportazione dell’intera famiglia: arrestato nel 1944 con i genitori e altri parenti, fu l’unico a tornare da Auschwitz. La memoria passa anche attraverso gli oggetti, come i guanti del pugile Leone Efrati, morto nel sottocampo di Ebensee nel 1945, e il calesse della famiglia Calò, utilizzato il 16 ottobre 1943 per fuggire dalla razzia e trovare rifugio presso una famiglia cattolica.

Per la prima volta viene presentato anche il fondo inedito di Shlomo Venezia, deportato nel 1944 ad Auschwitz e costretto a lavorare nel Sonderkommando. Sopravvissuto alla Shoah, dedicò parte della sua vita a incontrare gli studenti e a trasmettere la propria esperienza.
La mostra testimonia come l’odio antiebraico abbia segnato la vita quotidiana degli ebrei, con le pagelle con la dicitura «di razza ebraica» di Lea Polgar, i biglietti clandestini del padre di Nando Tagliacozzo da Regina Coeli e dal campo di Fossoli, un cucchiaio trasformato in arma durante la detenzione di Pacifico Di Consiglio, protagonista della resistenza ebraica romana, il vestitino di Emma Di Veroli, arrestata a soli due anni e tre mesi durante la razzia del 16 ottobre 1943 e uccisa all’arrivo ad Auschwitz il 23 ottobre. Le vicende di Marco Di Porto e Attilio Lattes documentano le conseguenze delle leggi antiebraiche e l’esperienza del rifugio durante l’occupazione nazista, mentre il fondo di Roberto Arbib, documenta fotografie delle attività comunitarie e del movimento giovanile Maccabi.

“Scorrendo le immagini di questa mostra troviamo un modo differente di raccontare perché spesso ci dimentichiamo che non sono dei numeri diventati personaggi che hanno fatto parte di questo terribile evento della deportazione e della distruzione di un popolo, sono degli esseri umani inseriti nella vita della città con le loro relazioni, custodie di immagini” ha affermato Rav Riccardo Di Segni.
La mostra rilancia la campagna “Dalle case alla Storia. Ogni documento può restituire una vita”, avviata nel 2025. Un’iniziativa resa possibile grazie al patrimonio essenziale rappresentato da fotografie, lettere, e oggetti in quanto testimoni delle vite che sono state strappate dalla persecuzione antiebraica e dalla Shoah.

Foto credit: Fondazione Museo Della Shoah













