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    ISRAELE

    I candidati a primo ministro di Israele: Benjamin Netanyahu

    Le elezioni

    Fra meno di un mese, il 27 ottobre, in Israele si svolgeranno le elezioni politiche, certamente le più importanti della storia recente perché decideranno chi guiderà la strategia futura e dunque in che direzione andrà lo Stato ebraico. Alle elezioni si sono presentate ben 38 liste, ma di queste probabilmente solo una dozzina entreranno in parlamento. I blocchi principali sono ancora meno: la destra religiosa di Smotrich e Ben Gvir e ora Winter, il centrodestra del Likud (Netanyahu), i due partiti charedì (“ultraortodossi”), le due liste arabe, i quattro partiti fra il centro e la sinistra unificati dal rifiuto di Netanyahu (Bennett/Lapid, Lieberman, Golan, Eisenkot). Fra i quattro candidati che hanno dichiarato di aspirare a diventare il nuovo primo ministro, nei precedenti articoli abbiamo raccontato i tre che vengono proprio da quest’area dell’opposizione: Eisenkot, Bennett e Lieberman. La serie si conclude con l’attuale primo ministro che è il solo candidato della coalizione: Benjamin Netanyahu.

    Il più longevo leader israeliano 

    Primo ministro per quasi diciannove anni fra il 1996 e oggi, più di chiunque altro nella storia dello Stato ebraico. Benjamin Netanyahu è certamente il personaggio politico oggi più noto di Israele e anche il più polarizzante. La sua figura non solo è osteggiata all’estero, rappresentando per i nemici di Israele una specie di immagine dello Stato ebraico di cui si può volere la distruzione senza essere accusati di antisemitismo, ma divide radicalmente l’opinione pubblica in Israele. Bisogna aggiungere che, per quanto si capisce oggi dai sondaggi, è anche il più probabile candidato alla successione di se stesso, per la sua abilità politica e anche perché il blocco di centrodestra è tornato a superare gli avversari; inoltre, anche se nessuno dei due il 27 ottobre ottenesse la maggioranza parlamentare necessaria, il governo attuale continuerebbe probabilmente a gestire l’ordinaria amministrazione fino a nuove elezioni nella primavera del 2027.

    I primi anni

    Nato nel 1949 a Tel Aviv, Benjamin, detto Bibi, è figlio di un importante intellettuale ebreo originario di Varsavia, Benzion Mileikovski, che cambiò il suo nome in Netanyahu nel 1920, quando immigrò in Terra di Israele; fu poi assistente di Jabotinsky e professore di storia ebraica alla Cornell University. Il padre di Benzion, Nathan, fu un rabbino sionista noto fra l’altro per aver partecipato al sesto congresso del movimento sionista a Basilea nel 1903, opponendosi al progetto di insediamento in Uganda sostenuto da Herzl. Benjamin era il secondo di tre fratelli; il maggiore, Yonatan, comandava il reparto speciale della Sayeret Matkal che liberò gli ostaggi detenuti dai terroristi a Entebbe e rimase ucciso nell’operazione. Anche Bibi si arruolò nello stesso reparto e fra il 1967 e il 1972 compì numerose missioni speciali come la liberazione di ostaggi e rischiosi combattimenti oltre le linee. Lasciò il servizio militare nel 1973 col grado di capitano. Seguendo la carriera universitaria del padre, trascorse l’infanzia e la prima giovinezza in parte in Israele e in parte negli Stati Uniti, dove si laureò nel 1975 al MIT (in architettura), studiò per il dottorato a Harvard (scienze politiche) e lavorò fino al 1978 come consulente aziendale.

    Vita politica

    Tornò in Israele diverse volte per il servizio militare e per partecipare alla Guerra dei Sei Giorni e a quella del Kippur. Tra il 1982 e il 1984 fu vicecapo missione all’Ambasciata israeliana a Washington e dal 1984 al 1988 ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite. Rientrato in Israele, fu eletto alla Knesset nelle liste del Likud. Nel 1993 fu scelto come leader del suo partito. Tre anni dopo vinse le elezioni contro Peres e divenne il più giovane primo ministro di Israele, portando avanti un programma economico di liberalizzazione che è stato la premessa per l’emergere della “Start-up Nation”, oltre al tema della sicurezza e della resistenza alle politiche americane ed europee che puntavano alla costituzione di uno Stato palestinese, che è sempre stata il punto focale dei suoi programmi elettorali. Proprio l’aver dovuto cedere alle pressioni di Clinton per legittimare e dare spazio all’Autorità Palestinese provocò la caduta del suo governo e la sconfitta elettorale di fronte a Ehud Barak nel 1999. Scelse allora un periodo di ritiro dalla politica; nel 2002 però era di nuovo ministro delle Finanze nel governo Sharon, riprendendo la sua azione per la liberalizzazione dell’economia israeliana. Nel 2006 si dimise per il disaccordo con Sharon sul piano di ritiro israeliano da Gaza e tornò a fare il leader del Likud, da cui Sharon era uscito, e il capo dell’opposizione al suo governo e poi a quello di Olmert. Ritornò primo ministro nel marzo del 2009, quando iniziava anche il primo mandato presidenziale di Obama, di cui diventò il principale avversario politico internazionale, e restò a capo ininterrottamente di quattro governi di Israele fino al 2021. Dopo un anno di opposizione al precario governo Bennett/Lapid, riprese la guida dell’esecutivo per la sesta volta nel 2022 e l’ha tenuta fino a oggi.

    I problemi e i meriti

    Non è possibile riassumere qui le vicende politiche di questo lungo periodo di governo di Netanyahu, perché in sostanza coincidono con la storia israeliana degli ultimi due decenni: l’innovazione tecnologica, la fine delle trattative con l’Autorità Palestinese, l’opposizione all’“appeasement” di Obama con l’islamismo e soprattutto con l’Iran, le operazioni contro Hamas e gli altri gruppi terroristici, la collaborazione con Trump e gli “accordi di Abramo”, il 7 ottobre con tutto quel che ne è seguito. Quel che Israele è oggi, uno Stato forte sul piano economico, tecnologico, scientifico e anche militare è certamente merito di Netanyahu, almeno per le condizioni politiche che hanno reso possibile questo successo. 

    Vale la pena ricordare però qui tre problemi che lo riguardano. Il primo è di ordine politico: tutti gli attuali avversari importanti di Netanyahu sono stati suoi collaboratori e in particolare due (Bennett e Lieberman) hanno lavorato come suoi assistenti personali. Anche altri personaggi indicati via via come suoi favoriti sono stati eliminati dalla vita politica o grandemente ridotti di peso. Netanyahu insomma non solo non ha saputo o voluto allevare degli eredi, ma ha visto spesso trasformare la fedeltà dei collaboratori in astio, tanto che lo schieramento dell’opposizione è unito praticamente nell’astio nei suoi confronti. Il secondo problema è la famiglia: la moglie Sarah e il figlio Yair sono spesso stati al centro delle polemiche e non piacciono all’opinione pubblica, anche se Netanyahu li difende sempre. Il terzo aspetto da ricordare è lo scontro con la magistratura. Netanyahu da anni è oggetto di un processo per corruzione, con capi d’accusa inconsistenti nelle prove (così li hanno definiti gli stessi giudici) e molto esili nel merito: aver ricevuto in regalo da amici facoltosi sigari e bottiglie di champagne, aver parlato coi proprietari di media avversi su come moderare il tono dei loro attacchi al governo. Nel frattempo, la sua maggioranza ha cercato, senza riuscirci davvero, di restaurare l’equilibrio dei poteri, che in Israele è sbilanciato a favore di una Corte Suprema interventista e chiaramente sbilanciata a sinistra e di una figura di “procuratore generale” che ormai funge da vero capo dell’opposizione.

    La missione

    Ciononostante, Netanyahu non è affatto un estremista: è un politico per formazione e vocazione, tutt’altro che un demagogo. Quando ha potuto ha sempre cercato di avere maggioranze di centro-destra e non di estrema, il suo atteggiamento verso la religione è piuttosto laico e in politica interna come in quella internazionale ha sempre preferito la discussione alla forza. Ma le circostanze della storia hanno fatto sì che egli si trovasse nella posizione di dover difendere Israele da grandi minacce che si potevano e si possono dissipare solo con i mezzi della forza. È stato così l’avvocato dell’eliminazione del regime iraniano e soprattutto del suo armamento atomico, del rifiuto della costituzione effettiva di uno stato terrorista al fianco di Israele e della sconfitta radicale dei movimenti terroristici come Hamas e Hezbollah dopo il 7 ottobre. Questi fatti, insieme alla grande esperienza politica, alla profonda conoscenza della società americana e alla capacità di comunicazione, sono i principali punti forti della sua candidatura. I punti deboli su cui punta l’opposizione sono la necessità, per costituire un nuovo governo, di appoggiarsi anche sui partiti religiosi che rifiutano la leva per gli studenti talmudici e il fatto di essere stato primo ministro al momento dell’attacco di Hamas il 7 ottobre. I tentativi di mostrare che fosse stato avvertito dell’attacco e non ne avesse tenuto conto sono stati smentiti da tutti gli interessati e non sono convincenti alla luce dell’estremo segreto mantenuto da Sinwar anche coi suoi stessi collaboratori più vicini. Ma il primo ministro in Israele è responsabile innanzitutto della sicurezza del Paese e il fatto che l’irruzione di Hamas non fosse stata prevenuta dai servizi di sicurezza certamente indebolisce la sua posizione.

    Foto credit immagine in copertina: Kobi Gideon – Ufficio Stampa del Governo Israeliano

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