
Le sorprese a Stoccolma non mancano mai quando si tratta di Nobel. Passi quello per la letteratura alla quasi sconosciuta Anne Carson che era in Islanda ad ascoltare il vento mentre noi comuni mortali ci prendevamo semplicemente la pioggia in motorino a Roma. Curioso il Nobel per la Fisica a Francis Halzen per le particelle fantasma, i neutrini studiati anche da Bruno Pontecorvo, anche se ammettiamo candidamente di non sapere nulla di fisica a parte elementari principi come quello della termodinamica. Ma certamente non possiamo che restare increduli di fronte al Nobel per la pace alla giurista sudafricana Navi Pillay. Nata nel 1941, ha ricoperto la carica di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e di giudice presso la Corte penale internazionale. In veste di presidente della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente dell’Onu sui territori palestinesi occupati, l’anno scorso ha accusato Israele di genocidio a Gaza. Sorprendente per una giurista che nella sua carriera si è occupata di un genocidio vero, quello del Ruanda.
In Israele la notizia non è certamente stata presa al meglio. “Goebbels applaude dall’inferno, premiata la più grande menzogna del secolo”, tuona il ministero degli Esteri. “Il comitato per il Premio Nobel ha perso il suo bussola morale. Ha conferito il suo più alto onore a una bigotta che ha costruito la sua carriera inventando e diffondendo libelli di sangue contro l’unico Stato ebraico”, il commento del premier israeliano Benyamin Netanyahu.
Pillay viene poi dal Paese, il Sudafrica, che accusa Israele proprio di genocidio davanti alla Corte penale internazionale, caso ancora in pendenza e che probabilmente lo sarà a lungo dopo la replica di Israele alle accuse. Ma l’ostilità tra i due Paesi non nasce certo da oggi: l’African National Congress, il partito di Nelson Mandela, si è sempre schierato dalla parte della causa palestinese. E nel 2001 Pillay fu una delle sostenitrici della Conferenza di Durban, organizzata dalle Nazioni Unite, quella in cui si paragonava il sionismo al razzismo e che accusava esplicitamente Israele di apartheid, crimini di guerra e genocidio. Accuse poi archiviate dall’Onu nel 2017 con il ritiro del rapporto.
Denunce, quelle contro Israele, sempre a senso unico. Ma c’è qualcuno che guarda anche oltre all’ossessione per lo Stato ebraico. Dolkun Isa, presidente del Centro Uiguro per la democrazia e i diritti umani, ha duramente criticato la scelta del Comitato per il Nobel. L’attivista ha rievocato gravi accuse passate secondo cui l’ufficio dell’Alto commissariato ONU per i diritti umani, all’epoca guidato proprio da Navi Pillay, avrebbe condiviso con le autorità di Pechino informazioni riservate riguardanti i difensori dei diritti umani uiguri. Ecco di nuovo il solito paradosso: ci sono bambini più bambini degli altri, vedi i sudari di Gaza, e ci sono vittime più vittime degli altri, vedi i gazawi che, non ci stancheremo mai di ripeterlo, sono in primis vittime di Hamas.
Insomma, quello di Navi Pillay è tutto tranne che un Nobel per la Pace. È politico e divisivo. Non sono mancati Nobel controversi in passato, ma si è sempre cercato di darli a tutte e due i fronti nella speranza che potessero cessare le ostilità. Come non ricordare quello del 1978 assegnato congiuntamente al presidente egiziano Anwar al-Sadat e al primo ministro israeliano Menachem Begin. Ma anche quello del 1994 al discutibile Yasser Arafat che però lo ricevette insieme a Yitzhak Rabin e Shimon Peres.
Oggi, invece, si sceglie una parte, sempre la stessa, quella contro Israele. Con buona pace di Hamas, Iran, Houthi ed Hezbollah. Con la crescita dell’antisemitismo nascosto dietro bandiere propal. E con la calunnia di genocidio ormai diventata l’accusa del sangue 2.0.












