
Egregio Rabbino Capo Di Segni,
Egregio Presidente Fadlun,
Egregia Presidente Ottolenghi,
Autorità istituzionali e diplomatiche presenti,
Cari amici,
Oggi, a tre anni di distanza dai tragici eventi del 7 ottobre, ci riuniamo qui non soltanto per ricordare, ma per riaffermare la nostra capacità di resistere al terrore che ha sconvolto migliaia di vite e di famiglie, non solo in Israele, ma anche in altri 40 Paesi del mondo coinvolti quel giorno, alcuni dei quali sono rappresentati questa sera dai loro Ambasciatori.
Questo anniversario non è soltanto una data impressa nella nostra memoria. È una ferita ancora aperta, una cicatrice nelle nostre anime. È, come lo ha definito il Presidente Isaac Herzog, «il giorno in cui l’anima di Israele è stata lacerata».
Ma il 7 ottobre è anche una testimonianza di resilienza. È un invito a trasformare il dolore in forza, la memoria in responsabilità e la sofferenza in un impegno ancora più determinato per il futuro.
Purtroppo, alla violenza di quel giorno ha fatto seguito quasi immediatamente un’altra minaccia: una drammatica ondata di antisemitismo che ha attraversato le nostre società, riportando in superficie pregiudizi e forme di odio che credevamo relegati al passato.
Ricordare il 7 ottobre significa, prima di tutto, ricordare le vittime, le famiglie distrutte, le persone rapite e tutti coloro che hanno vissuto quella giornata di barbaro terrore. E significa ricordare anche che l’odio contro gli ebrei non è una realtà lontana, confinata alla storia o a luoghi remoti. In Italia, questa memoria ha anche un nome che non possiamo dimenticare: Stefano Gaj Taché, il bambino di appena due anni ucciso nell’attentato alla Sinagoga di Roma nel 1982. La sua morte ci ricorda, con una forza che ancora oggi ci interroga, che l’antisemitismo può colpire anche qui e che non esiste una distanza geografica o temporale capace di renderlo meno pericoloso. Non dobbiamo permettere mai che l’odio antiebraico venga normalizzato, minimizzato o lasciato senza risposta.
Ma significa anche preservare la verità storica: ricordare come tutto è cominciato e non permettere che, con il passare del tempo, i fatti vengano distorti, relativizzati o dimenticati. Gli eventi di quel giorno sono stati ampiamente documentati: dalle immagini registrate dalle telecamere utilizzate dai terroristi, dalle telecamere di sicurezza e dai sistemi di videosorveglianza delle comunità colpite, fino alle testimonianze dirette di coloro che hanno vissuto quelle ore. Un patrimonio di documentazione che consente di ricostruire gli eventi e di confrontarsi con la realtà dei fatti. Per questo, mentre onoriamo la memoria delle vittime, dobbiamo avere anche il coraggio di fare i conti con le ombre che ancora attraversano le nostre società e con quanti, per ragioni ideologiche, cercano di riscrivere o deformare la storia.
Le storie di chi ha vissuto il 7 ottobre non devono essere dimenticate. Dobbiamo custodirle, proteggerle e trasmetterle alle generazioni future. Perché la memoria non sia soltanto un atto di commemorazione, ma diventi un impegno concreto: affinché ciò che è accaduto non venga né dimenticato né distorto.
Mentre ricordiamo, lasciamo dunque che il dolore rafforzi il nostro impegno per la giustizia, per l’unità e per un futuro nel quale l’amore prevalga sull’odio. Questa sera non siamo qui soltanto per piangere le vittime. Siamo qui per riaffermare, insieme, che il terrore non può avere mai l’ultima parola e che dobbiamo sempre continuare a credere e a lavorare per un futuro migliore.












