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    ROMA EBRAICA

    Memoria e resilienza al Tempio Maggiore per il 7 e il 9 ottobre 1982

    Al Tempio Maggiore di Roma la Comunità Ebraica ha ricordato insieme due ferite della storia ebraica recente, il massacro del 7 ottobre 2023 in Israele e l’attentato del 9 ottobre 1982.
    Tre anni fa i terroristi di Hamas entrarono nel sud di Israele, provocando circa 1.200 vittime, il rapimento di 251 ostaggi e una ferita che ancora oggi fatica a rimarginarsi. Quarantaquattro anni fa, invece, proprio davanti al Tempio Maggiore di Roma, l’attacco di un commando di terroristi palestinesi causò la morte di Stefano Gaj Taché, un bambino di soli due anni, e il ferimento di 42 persone.
    La cerimonia si è aperta con un minuto di silenzio, che ha coinvolto tutte le sinagoghe d’Italia alla stessa ora, alle 20.30.
    Sono intervenuti il Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni, il presidente della Comunità Ebraica di Roma Victor Fadlun, la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Livia Ottolenghi, l’Ambasciatore di Israele in Italia Jonathan Peled e Gadiel Gaj Taché, fratello di Stefano, ferito anche lui nell’attentato del 1982.
    Fra i presenti anche il presidente della CEI cardinale Matteo Zuppi; il generale dei Carabinieri Pasquale Angelosanto, coordinatore nazionale nella lotta contro l’antisemitismo; diversi parlamentari, tra cui Lucio Malan, Ester Mieli, Giovanni Donzelli di Fratelli d’Italia; Maurizio Gasparri di Forza Italia; Maria Elena Boschi e Ivan Scalfarotto di Italia Viva; Graziano Delrio e Piero Fassino del Pd; Mariastella Gelmini di Noi Moderati; la vicepresidente della Regione Lazio Roberta Angelilli; il prefetto di Roma Lamberto Giannini e il questore della Capitale Roberto Massucci.
    Ad aprire gli interventi, il Rabbino Capo di Roma, che ha ricordato come in entrambi i casi ricorresse la festività di Sheminì Atzeret, un giorno in cui Israele consacra il suo rapporto con D-o, ma “un terribile gioco della storia ha trasformato questo giorno di gioia in un incubo”. Ha quindi ricordato i numerosi elementi che li accomunano, “a cominciare dal pensiero politico che li ha generati”, ma anche il contesto differente ai due eventi, poiché a differenza del 1982, quanto avvenuto tre anni fa ha scatenato una violenta ondata di antisemitismo in tutto il mondo, che ha trasformato gli ebrei da vittime a carnefici. Per questo, la commemorazione serve per non dimenticare ma anche per capire cosa stia succedendo ora. Bisogna capire “quale ebraismo e quale comunità sopravviverà a queste turbolenze”: ha quindi lanciato l’appello per cui sta “anche a noi ribaltare in positivo questa situazione recuperando la forza spirituale della nostra tradizione per dare valori morali a noi stessi, alle nostre comunità e al mondo che ci circonda che sa bene – e forse proprio per questo ci attacca – che di noi non può fare a meno”.
    A Rav Di Segni ha fatto eco il Presidente CER Fadlun, che ha evidenziato come il 7 ottobre abbia dimostrato come l’antisemitismo radicato e pronto a riemergere, tanto che si è verificato l’intollerabile fenomeno per cui la strage di quel giorno sia stata spesso rimossa, relativizzata. Ma il popolo ebraico non si ferma: “La nostra identità nasce dalla Torah e dalle mitzvot, dallo studio, dalla responsabilità reciproca e dal legame con Israele. Nasce dalle nostre famiglie e dalle nostre scuole. Dalla capacità di non lasciare indietro nessuno. Nasce da ciò che scegliamo di essere ogni giorno” ha affermato Fadlun. Ha quindi richiamato tutti, ebrei e non, alla propria responsabilità, per costruire una Comunità ma anche un Paese migliore, che non sia condizionato dall’odio.
    La presidente UCEI Livia Ottolenghi si è soffermata sui bambini vittime dell’odio antiebraico, con un parallelismo tra i piccoli Bibas e Stefano Gaj Taché. Tra le tante immagini lasciate indelebili dal 7 ottobre, ha poi voluto rimarcare la consapevolezza delle torture e delle violenze sessuali perpetrate da Hamas sulle donne israeliane, nonché sugli ostaggi tenuti in prigionia a Gaza. Ha poi ricordato la situazione in molti Paesi europei, per cui ci si sente in pericolo a girare con una kippà in testa o con un Maghen David al collo. Ma noi “dobbiamo rivendicare il nostro orgoglio di essere ebrei italiani, vivere a testa alta, fieri dei nostri valori: ce lo impone il 7 ottobre”.
    Visibilmente emozionato Gadiel Taché, che ha ricordato il triste episodio di 44 anni fa. Ma ha voluto ricordare come noi ebrei “siamo cittadini italiani e amiamo questo Paese, come amiamo lo Stato di Israele”. Ha quindi aggiunto che il popolo ebraico è dotato di resilienza e ci rialzeremo anche dal 7 ottobre, che è stata la tragedia più grave dopo la Shoah.
    Anche l’Ambasciatore Peled ha sottolineato come la presenza in questa serata fosse non solo per ricordare, ma anche per dimostrare la capacità di resistere: “Le storie di chi ha vissuto il 7 ottobre non devono essere dimenticate. Dobbiamo custodirle, proteggerle e trasmetterle alle generazioni future. Perché la memoria non sia soltanto un atto di commemorazione, ma diventi un impegno concreto: affinché ciò che è accaduto non venga né dimenticato né distorto”.
    Dopo la lettura di alcuni Salmi da parte di Rav Alberto Funaro e dello stesso Rav Di Segni, la cerimonia si è conclusa con l’inno d’Italia e quello dello Stato di Israele.

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