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    ISRAELE

    “Il 7 ottobre non ci toglierà la voglia di vivere”

    Intervista a Yoni Diller, sopravvissuto al Nova Festival

    Tre anni dopo, il 7 ottobre è ancora una giornata difficile da raccontare al passato. Le immagini di quel giorno possono essersi allontanate nel calendario, ma restano comunque impresse nella memoria. Possiamo dunque tornare con lo sguardo a quelle ore, ma dobbiamo anche chiederci che cosa significhi portarne ancora il peso, dopo averle attraversate.
    È da questa domanda che Yoni Diller, sopravvissuto al Nova Festival, racconta a Shalom la mattina del 7 ottobre e soprattutto il lungo “dopo”, il percorso che ha intrapreso da quando ha ricevuto una seconda possibilità.
    Yoni era al Nova quando, intorno alle 6.30, ha visto i missili passare dietro il DJ. Poco dopo è arrivato l’allarme, seguito dall’annuncio della polizia e dalla fuga. Nel caos, mentre cercava di mettersi in salvo, si è trovato davanti una ragazza ferita. Si è fermato ad aiutarla ed è rimasto con lei fino all’arrivo dell’ambulanza. Poi ha ripreso la fuga verso un luogo sicuro, percorrendo circa 17 miglia.
    Da allora, Yoni ha continuato a muoversi, questa volta però per raccontare ciò che ha vissuto. “In meno di un anno e mezzo ho preso più di 50 voli, spostandomi quasi ogni due settimane per parlare del Nova, del 7 ottobre e delle persone che non sono tornate a casa”. È stato in università come Harvard, MIT, Columbia, Yale e Princeton e ha incontrato anche molti leader politici, portando la propria esperienza davanti a platee diverse e molto lontane da quel luogo in cui tutto è iniziato.
    In un mondo in cui le notizie raggiungono chiunque con il semplice movimento di un mouse, insieme alle informazioni circolano infatti false accuse e persino forme di negazione del 7 ottobre. È anche per questo che Yoni ha scelto di mettere la propria storia a disposizione di chi ascolta, convinto che la testimonianza diretta possa contribuire a contrastare la distorsione dei fatti. La sua battaglia è diventata così anche un impegno contro la disinformazione e il negazionismo.
    Nei suoi viaggi, Yoni ha iniziato inoltre a riflettere sull’estremismo e sulle paure che attraversano oggi l’Europa. “Non credo che tutti gli immigrati siano un problema e non credo che una persona debba essere giudicata semplicemente per la sua religione o per il Paese da cui proviene. Ma credo che sia necessario avere il coraggio di distinguere tra chi cerca una vita migliore e chi porta con sé ideologie radicali e odio verso gli altri”.
    Il 7 ottobre, racconta, gli ha lasciato soprattutto la sensazione che “ciò che sembra impossibile può improvvisamente diventare reale”. Ha visto con i propri occhi quanto rapidamente l’odio possa trasformarsi in violenza e quanto, di fronte a una simile esperienza, la paura sia una reazione inevitabile.
    Yoni l’ha vissuta sulla propria pelle quel giorno, ma oggi parla soprattutto di ciò che si può scegliere di fare nonostante la paura. Nel suo ricordo, infatti, accanto al terrore c’è anche il coraggio: quello delle persone che, mentre cercavano di salvarsi, hanno scelto di fermarsi per aiutare qualcun altro.
    “Dopo aver visto quanto velocemente una vita possa essere distrutta, scegliere di costruirne una nuova ha un significato ancora più forte”. Yoni si è sposato e oggi parla della famiglia e del futuro come di una risposta personale alla brutalità di quanto ha visto. Il dolore resta, così come restano gli amici perduti e i ricordi di quella mattina. Ma andare avanti, per lui, significa anche e soprattutto non permettere al terrorismo di decidere il modo in cui vivere il resto della propria vita.
    A distanza di tre anni, Yoni ha deciso di trasformare la sua seconda possibilità in una responsabilità e il trauma in una ragione per costruire. “Non possiamo dimenticare il 7 ottobre. Ma non possiamo nemmeno permettere che questa data ci tolga la voglia di vivere a pieno”. Così, la sua risposta continua a essere quella di chi sceglie la vita: amare, costruire, ballare, sperare, senza mai dimenticare.

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