
Ci sono romanzi storici che raccontano la Storia. E poi ci sono romanzi che cercano di capire che cosa la Storia faccia alle persone. La figlia di Trastevere di Elisabetta Fiorito appartiene soprattutto alla seconda categoria. È la vicenda di una famiglia romana, quella di Vincenza Gagliardi, detta la Rossa, fruttivendola di Trastevere, e di Umberto, falegname piemontese arrivato nella capitale in cerca di fortuna. Attorno a loro scorrono la Roma dell’Esposizione del 1911, la Grande Guerra, Caporetto, l’influenza Spagnola, il fascismo, le trasformazioni urbanistiche della capitale e il progressivo restringersi degli spazi di libertà.
Ma il vero protagonista del libro è forse un altro: il tempo della memoria. Ed è proprio qui che il romanzo di Fiorito può essere letto con particolare interesse anche da una prospettiva ebraica. La prima scena del romanzo è già una dichiarazione di poetica. Nel 1911 Roma celebra il cinquantenario dell’Unità d’Italia. È la grande Italia ufficiale, quella dei monumenti, delle esposizioni, delle rappresentazioni delle diverse regioni. Vincenza, ragazza di Trastevere, viene persino fatta passare per una merlettaia veneta: deve rappresentare un’identità che non è la sua. Poco distante, invece, nasce qualcosa di infinitamente più vero: l’incontro tra Vincenza e Umberto, dal quale nascerà una famiglia. È una contrapposizione che attraversa tutto il romanzo: da una parte la Storia celebrata, dall’altra la storia vissuta. È una distinzione che parla molto anche alla cultura ebraica della memoria. La memoria ebraica ha infatti sviluppato, nel corso dei secoli, una particolare attenzione alla trasmissione delle vicende degli individui e delle famiglie. La storia non è soltanto una sequenza di date: è fatta di nomi, genealogie, racconti, oggetti, luoghi, lutti e testimonianze. In La figlia di Trastevere accade qualcosa di simile. Il Novecento non arriva nella vita dei protagonisti come una lezione di storia. Arriva attraverso una lettera, una partenza, una ferita, una gravidanza, una morte, una casa demolita, un figlio che non torna.
La Grande Guerra è Caporetto, ma è soprattutto una madre che non ha più il corpo del figlio. Il Milite Ignoto, simbolo della memoria nazionale, diventa per la Sora Iole la possibilità di avere finalmente una tomba per Ettore. È uno dei passaggi più forti del romanzo, perché Fiorito compie un movimento quasi inverso rispetto alla retorica monumentale: riporta la grande memoria nazionale alla memoria di una singola persona. E questa è una delle domande centrali che il libro lascia al lettore: che cosa rimane della Storia quando vengono tolti i monumenti, le celebrazioni e le date? Rimangono le persone. Non la Roma da cartolina, ma quella dei rioni, delle botteghe, dei mercati, delle osterie, delle famiglie che vivono in case spesso troppo piccole e che osservano dall’esterno le grandi trasformazioni della capitale. È una Roma che interessa particolarmente anche chi conosce la storia della Comunità ebraica romana. Perché Roma è una città nella quale la memoria ebraica e quella popolare sono state per secoli intrecciate alla vita quotidiana della città. Il Ghetto non è soltanto un luogo della storia ebraica: è uno degli spazi attraverso i quali è possibile comprendere la complessità sociale e culturale della Roma moderna.
La città appare come un organismo nel quale convivono mondi diversi, identità, dialetti, provenienze, professioni e classi sociali. Umberto stesso arriva dal Piemonte e costruisce la propria vita nella capitale. Vincenza appartiene invece alla Roma popolare e trasteverina.
Il libro nasce inoltre da una memoria privata. Fiorito dedica la storia alla bisnonna Vincenza e trasforma la memoria della propria famiglia in materia narrativa. Perché raccontare una famiglia significa assumersi una responsabilità: scegliere che cosa salvare dall’oblio. È una forma di trasmissione che ha una forte risonanza ebraica. Non è un caso che nella tradizione ebraica il racconto intergenerazionale abbia un’importanza così grande: ricordare non significa soltanto guardare indietro, ma consegnare qualcosa a chi viene dopo. La scrittura diventa così un luogo della memoria.
È forse nella rappresentazione del fascismo che questa prospettiva raggiunge il suo punto più interessante. Fiorito non racconta soltanto la marcia su Roma, il regime, la propaganda o il delitto Matteotti. Mostra come una dittatura entri lentamente nella vita quotidiana. Entra nelle scuole. Entra nei giornali. Entra nelle famiglie. Entra persino nella vita privata e nel corpo delle donne. Racconta gli anni nei quali la libertà si restringe, la propaganda diventa pervasiva, il potere entra sempre più profondamente nella società e l’individuo impara a convivere con ciò che pochi anni prima sarebbe sembrato inconcepibile. Dentro questa grande trasformazione trovano spazio anche due storie ebraiche che si intrecciano a quella della trasteverina: Vittorio che si innamora di Rachele e Davide che si innamora di Irma. Sono storie d’amore che attraversano il Tevere e mettono in comunicazione due mondi della Roma di allora. La casa di Vincenza, infatti, si trova proprio di fronte all’ex Ghetto: basta attraversare il fiume perché la Roma popolare di Trastevere incontri la Roma ebraica dell’altra sponda. Così, quasi naturalmente, i personaggi del romanzo entrano in relazione con quella comunità, con le sue strade, le sue famiglie e le sue vite. Le vicende di Vittorio e Rachele e di Davide e Irma non sono dunque episodi estranei alla storia della trasteverina, ma ne diventano parte integrante, mostrando come Roma fosse allora, come lo è ancora oggi, una città fatta di quartieri, comunità e identità che si incontrano e si mescolano. E sono proprio questi amori, nati dall’altra parte del Tevere, a dare al romanzo una dimensione ebraica particolarmente suggestiva: l’ebraismo romano non appare come un mondo separato, ma come una presenza viva dentro la stessa città, a pochi passi dalle case e dalle strade in cui Vincenza vive la sua storia.













