Skip to main content

Ultimo numero Settembre – Ottobre 2026

Scarica il Lunario

Contatti

Lungotevere Raffaello Sanzio 14

00153 Roma

Tel. 0687450205

redazione@shalom.it

Le condizioni per l’utilizzo di testi, foto e illustrazioni coperti da copyright sono concordate con i detentori prima della pubblicazione. Qualora non fosse stato possibile, Shalom si dichiara disposta a riconoscerne il giusto compenso.
Abbonati


    IDEE - PENSIERO EBRAICO

    Hoshanà Rabbà, quando la gioia diventa responsabilità

    Nel calendario ebraico esiste un giorno che sembra custodire un apparente paradosso. È Hoshanà Rabbà, il settimo e ultimo giorno di Sukkot, la festa della gioia per eccellenza, eppure anche il momento in cui, secondo la tradizione rabbinica e mistica, si conclude definitivamente il giudizio iniziato a Rosh haShanà e attraversato da Yom Kippur. Per questo viene chiamato Yom Kippur Qatan, il “piccolo Kippur”: non perché riproponga il rigore del Digiuno dell’Espiazione, ma perché invita a comprendere che il cammino della teshuvà non termina con il perdono, bensì con la capacità di trasformarlo in vita quotidiana. L’elemento che caratterizza questa giornata sono le Hosha’anot, le sette processioni intorno ai rotoli della Torah che richiamano il culto del Tempio di Gerusalemme. Quando il Santuario era ancora in piedi, i sacerdoti compivano un giro attorno all’altare per ciascuno dei primi sei giorni di Sukkot e sette giri nell’ultimo giorno, completando così un percorso che la tradizione ha associato anche ai sette giri compiuti da Israele attorno alle mura di Gerico. Non è soltanto un ricordo storico. Quelle mura rappresentano tutti gli ostacoli che separano l’uomo dalla propria dimensione spirituale, ma anche le barriere che dividono gli uomini fra loro: pregiudizi, egoismi, paure, identità vissute come esclusione anziché come incontro. Il gesto forse più singolare della giornata è quello dei cinque rami di aravà, il salice, percossi ritualmente sul pavimento. Tra le quattro specie del lulav, il salice è la pianta che non possiede né profumo né frutto e che, secondo i Maestri, rappresenta coloro che sembrano privi sia di conoscenza della Torah sia di opere meritorie. Eppure nessuna delle quattro specie può essere utilizzata da sola: solo unite esse rendono possibile la mitzvà. È un messaggio di straordinaria attualità. La comunità non è costruita dalla somma dei migliori, ma dalla capacità di tenere insieme differenze, fragilità e talenti. È il principio dell’agudà achat, un unico mazzo, la stessa idea evocata dall’incenso del Tempio, che comprendeva perfino una resina dal cattivo odore, e dalla parola zibbur, la collettività, che la tradizione interpreta come l’insieme di giusti, persone comuni e persino malvagi. Una comunità autentica non elimina le sue differenze: le assume e le trasforma. Hoshanà Rabbà è anche la festa della parola. Non compare infatti nella Torah scritta, ma appartiene interamente alla Torah orale, quella che vive nella voce e nella trasmissione. Non sorprende allora che l’ospite simbolico dell’ultima sera di Sukkot sia re David, l’autore dei Salmi, colui che definisce se stesso con l’espressione “Va-anì tefillà”, “io stesso sono preghiera”. Secondo la tradizione il salice rappresenta proprio la bocca, mentre le altre specie richiamano il cuore, gli occhi e la colonna vertebrale. Separare il salice significa quindi interrogarsi sull’uso della parola, capace di creare o di distruggere. Dio crea il mondo parlando; allo stesso modo l’uomo costruisce relazioni, identità e comunità attraverso ciò che dice. Non è casuale che i Maestri paragonino la maldicenza a una freccia: una spada può essere ancora rinfoderata, ma una freccia, una volta scoccata, non può più essere richiamata indietro. Un’antica consuetudine riportata anche nello Shulchan Arukh racconta che nella notte di Hoshanà Rabbà alcuni uscissero al chiaro di luna per osservare la propria ombra riflessa nell’acqua. Più che una pratica divinatoria, i commentatori vi hanno letto una potente metafora. Rabbenu Bechayè interpreta l’ombra come immagine dell’identità dell’uomo. Il Salmo 121 afferma: “Il Signore è la tua ombra”, mentre la vicinanza tra le parole tzel (ombra) e tzelem (immagine) richiama l’essere umano creato a immagine di Dio. Perdere la propria ombra significa allora perdere se stessi. Non a caso una sukkà è considerata valida solo quando la sua ombra prevale sulla luce: non perché l’ombra si opponga alla luce, ma perché permette di guardare la realtà senza esserne accecati. Infine vi è l’acqua, protagonista nascosta dell’intera festa. Durante Sukkot, nel Tempio, si celebrava la gioiosa libagione dell’acqua, accompagnata da musiche, danze e torce. La Mishnà arriva ad affermare che chi non ha visto quella celebrazione non ha mai conosciuto la vera gioia. L’acqua, però, non è soltanto un bene materiale da cui dipendeva il raccolto: è il simbolo della creazione stessa. La Genesi racconta di un mondo nato dalle acque e della loro separazione tra quelle superiori e quelle inferiori. La liturgia di Hoshanà Rabbà e la successiva preghiera per la pioggia esprimono il desiderio di ricomporre quella frattura originaria, ristabilendo un dialogo tra il mondo terreno e la sua sorgente divina.

    È forse questa la lezione più profonda di Hoshanà Rabbà. La gioia non rappresenta il punto d’arrivo della vita spirituale, ma la prova della sua maturità. Proprio quando l’uomo crede di aver concluso il proprio bilancio, la tradizione gli ricorda che resta ancora un ultimo passo: abbattere le mura che lo separano dagli altri, custodire il peso delle parole, riconoscere la propria ombra e trasformare la comunità in un luogo dove ogni differenza diventa parte di un’unica benedizione.

    CONDIVIDI SU: