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    IDEE - PENSIERO EBRAICO

    Sukkot, la gioia sotto un tetto fragile

    Quando Inbar mi ha chiesto di pensare a Sukkot e di portare con me un ricordo legato a questa festa, il mio pensiero è andato istintivamente alla mia infanzia.
    Crescendo, in realtà, non avevo una grande tradizione legata a Sukkot. Non era una di quelle feste piene di ricordi e rituali per me. Tutto questo è arrivato molto più tardi, quando sono arrivata in Israele.
    Ricordo quanto mi affascinasse questo strano fenomeno che, improvvisamente, compariva dappertutto. Sui balconi, sui tetti, nei giardini, sui marciapiedi… in ogni piccolo pezzo di spazio disponibile, la gente costruiva queste strane strutture temporanee.
    C’era qualcosa di quasi assurdo e, allo stesso tempo, bellissimo. Per una settimana, sembrava che un intero Paese avesse deciso di spostare la vita fuori, sotto questi tetti fragili. Si portavano fuori tavoli e sedie, si invitavano amici, si mangiava, si parlava, si festeggiava.
    Mi piaceva moltissimo, anche se credo di non averne mai veramente capito il significato.
    Non fino all’anno scorso.
    Il secondo giorno di Sukkot dell’anno scorso ho scoperto qualcosa di me che ha scosso le fondamenta di tutto ciò che fino a quel momento consideravo solido. Improvvisamente, la certezza non era più qualcosa che potevo dare per scontato.
    E credo che solo allora abbia veramente capito la sukkah.
    C’è qualcosa di incredibilmente potente nell’avere un momento, ogni anno, in cui ci viene chiesto di lasciare ciò che è solido e di entrare, invece, in qualcosa di fragile.
    Perché passiamo gran parte della nostra vita a fare esattamente il contrario.
    Costruiamo. Pianifichiamo. Proteggiamo. Cerchiamo di creare sicurezza per noi stessi e per i nostri figli. Immaginiamo il futuro e, in qualche modo, ci convinciamo che se faremo tutto nel modo giusto, riusciremo anche a renderlo prevedibile.
    Poi arriva Sukkot e ci dice: forse no.
    Forse la vita non è mai stata fatta per essere completamente certa.
    E, cosa ancora più importante, forse non dobbiamo aspettare di avere delle certezze per permetterci di provare gioia.
    Sukkot è chiamata il tempo della nostra gioia, e trovo questa cosa straordinaria. Non ci viene chiesto di festeggiare dentro un edificio magnifico, protetti da tutto. Ci sediamo invece dentro una struttura temporanea, esposti al vento e al tempo, e invitiamo altre persone a entrare.
    E, in qualche modo, sento che questo parla moltissimo anche al mondo ebraico di oggi.
    Tante cose che una volta sembravano solide oggi non lo sembrano più. C’è paura, c’è incertezza, e molti di noi si fanno domande sul futuro che forse, solo qualche anno fa, non ci facevamo nello stesso modo.
    Il nostro istinto può essere quello di aspettare: quando le cose saranno più sicure, quando tutto si calmerà, quando saprò che andrà tutto bene… allora mi rilasserò. Allora festeggerò.
    Ma la vita non funziona davvero così.
    E forse Sukkot ci offre un’altra possibilità.
    Siediti comunque.
    Invita le persone comunque.
    Mangia, ridi, discuti, racconta storie, ama — comunque.
    Ho iniziato a pensare che questo non significhi ignorare la realtà. Forse, al contrario, è uno dei modi più sani per imparare a viverci dentro.
    Perché se passiamo la vita alla ricerca delle condizioni perfette e di una sicurezza permanente prima di concederci di essere felici, rischiamo di passare moltissimo tempo ad aspettare.
    Forse dovremmo insegnare a noi stessi — e ai nostri figli — qualcosa di diverso: non che tutto andrà sempre bene, ma che noi possiamo stare bene, possiamo vivere e possiamo trovare momenti di gioia anche quando non tutto va bene.
    Una sukkah è fragile. Il nostro mondo è fragile. Le nostre vite sono fragili.
    Ma fragile non significa vuoto.
    Un anno difficile può contenere momenti bellissimi. Un futuro incerto non toglie valore a quello che abbiamo oggi.
    E forse l’eternità non significa necessariamente avere un tempo infinito. A volte possiamo incontrare qualcosa di eterno anche in un solo momento: seduti intorno a un tavolo, circondati dalle persone che amiamo, con la consapevolezza che proprio adesso, in questo momento, abbiamo abbastanza.
    E così, quando ripenso a tutte quelle sukkot che vedevo in Israele — incastrate sui balconi, costruite sui tetti, apparse in ogni minuscolo spazio disponibile — oggi le guardo con occhi diversi.
    Forse non stavamo cercando di costruire qualcosa destinato a durare.
    Forse stavamo ricordando a noi stessi come vivere quando le cose non durano.
    E quest’anno, quando il nostro mondo personale e il nostro mondo ebraico a volte sembrano quasi creparsi intorno a noi, spero che non aspetteremo che tutto diventi perfetto prima di permetterci di festeggiare.
    Costruiamo comunque la sukkah.
    Invitiamo le persone a entrare.
    Volgiamoci gli uni verso gli altri.
    E sotto un tetto che non è mai stato pensato per essere permanente, anche solo per un momento, permettiamoci di sentirci completamente a casa.

    Questa riflessione è stata condivisa dall’autrice all’ evento di Sukkot organizzato da Beit Tarbut Milano

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