
Con l’arrivo delle festività ebraiche, tornano al centro temi come il perdono, la riconciliazione e la possibilità di ricominciare. Ma proprio i momenti trascorsi in famiglia possono riportare alla luce ferite che sembravano ormai superate. Vecchi conflitti, parole mai dimenticate e risentimenti possono riemergere con una forza sorprendente, anche a distanza di molti anni.
A raccontare il complesso rapporto tra risentimento, perdono e benessere psicofisico è la psicoterapeuta integrativa Edna Arbel, responsabile della divisione integrativa del Medical Care Integrative Rehabilitation Hospital, in un articolo pubblicato da Ynet News. Secondo Arbel, la famiglia rappresenta spesso il luogo in cui sperimentiamo per la prima volta sia il legame affettivo sia il dolore emotivo. Per questo, anche un commento apparentemente innocuo pronunciato da un familiare o un incontro fugace possono riattivare emozioni legate a esperienze molto più profonde.
Il problema non sarebbe soltanto emotivo. L’articolo cita una ricerca condotta da Ottaviani e colleghi e pubblicata sulla rivista Psychological Bulletin, secondo la quale il pensiero negativo ripetitivo può produrre effetti misurabili anche sul piano fisico, tra cui aumento della frequenza cardiaca, della pressione sanguigna e dei livelli di cortisolo. Un’ampia analisi che ha coinvolto oltre 26.000 persone ha inoltre rilevato un’associazione tra una maggiore propensione al perdono e una migliore percezione del proprio benessere fisico e psicologico.
Ma decidere di perdonare non significa necessariamente essere pronti a lasciar andare. È proprio questa, secondo Arbel, una delle differenze fondamentali. La mente razionale può desiderare di chiudere una ferita, mentre il sistema nervoso può avere bisogno di molto più tempo per uscire dallo stato di allerta legato a un’esperienza dolorosa.
Dolore, rabbia, paura e senso di tradimento non possono essere semplicemente cancellati perché è arrivato il momento di “perdonare”. Cercare di forzare una riconciliazione può, al contrario, impedire di elaborare realmente ciò che è accaduto. Tra gli strumenti suggeriti dalla psicoterapeuta c’è la pratica RAIN, sviluppata dalla psicologa e insegnante di meditazione Tara Brach. Il primo passo consiste nel riconoscere l’emozione senza cercare immediatamente di eliminarla. Successivamente si può cercare di comprendere cosa si nasconda dietro quella reazione e, soprattutto, di individuare ciò di cui si ha realmente bisogno: riconoscere il proprio dolore, prendere le distanze, stabilire un confine o chiedere aiuto.
In quest’ottica, perdonare non significa necessariamente riconciliarsi. Non implica dimenticare ciò che è successo né tornare a una relazione identica a quella precedente. Può significare anche riuscire a incontrare una persona senza rivivere continuamente dentro di sé le vecchie discussioni, oppure stabilire un limite senza lasciarsi trascinare nuovamente dalla rabbia.
Quando una ferita è particolarmente profonda o affonda le proprie radici in anni di conflitti, osserva Arbel, un percorso psicoterapeutico può offrire uno spazio sicuro e strutturato per comprendere dinamiche difficili da affrontare autonomamente.
Il vero obiettivo, dunque, potrebbe non essere chiedersi se si è finalmente riusciti a perdonare qualcuno, ma quanto spazio quella ferita continui ancora a occupare nella propria vita. Perché lasciar andare non significa necessariamente dimenticare. Significa, piuttosto, arrivare al punto in cui ciò che è accaduto continua a far parte della propria storia, ma non determina più il modo in cui si vive il presente.












