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    IDEE - PENSIERO EBRAICO

    Da Hoshanà Rabbà a Simchat Torah: il cammino della gioia nella tradizione romana

    Ci sono momenti dell’anno in cui il tempo sembra assumere un significato diverso, invitando a guardare con maggiore attenzione il cammino compiuto e quello ancora da intraprendere. Nel calendario ebraico, le giornate che seguono Sukkot rappresentano proprio questo passaggio: la teshuvà iniziata con Rosh Hashanà e Yom Kippur lascia spazio alla gioia di un nuovo inizio, attraversando Hoshanà Rabbà, Shemini Atzeret e Simchat Torah.

    È un percorso che nella Comunità Ebraica di Roma continua a vivere attraverso gesti, preghiere e tradizioni tramandate nei secoli. Un cammino che Rav Alberto Funaro ha ripercorso in un’intervista a Shalom, raccontando il significato di queste ricorrenze e il valore che ancora oggi conservano nella vita comunitaria.

    «Sebbene il giudizio venga pronunciato a Yom Kippur, fino a Hoshanà Rabbà resta ancora aperta la possibilità di fare teshuvà: è l’ultima occasione per poter cambiare il proprio destino, prima che il decreto divino sia definitivamente sigillato. Per questo la giornata viene spesso definita un ‘piccolo Kippur’».

    Anche l’usanza di trascorrere la notte nello studio affonda le sue radici in una tradizione antica. Già nelle fonti medievali si trova la consuetudine di leggere l’intera Torà, da Bereshit fino alla conclusione di Devarim. «Nei secoli successivi questa pratica si è arricchita con il Tikkun di Hoshanà Rabbà, un testo di tradizione cabalistica che accompagna simbolicamente il compimento di questo percorso». Un’usanza che viene vissuta sia all’interno delle sinagoghe che nelle case private, dove recentemente è stata riscoperta. «Negli ultimi anni alcune famiglie hanno ripreso questa abitudine, alternando letture, canti e inni che ricordano le Selichot», racconta Rav Funaro.

    Tra i momenti più significativi di Hoshanà Rabbà c’è la funzione del mattino. «È uno spettacolo vedere il Tempio Maggiore riempirsi completamente: alcuni israeliani dicono che sembra di essere nel Bet HaMikdash e, in fondo, anche la tradizione insegna che “chi non ha visto la gioia dello Yom Aravà nel Bet HaMikdash non ha mai conosciuto la vera gioia”. È un sentimento che, attraverso il legame ideale con Gerusalemme, si riesce ancora in parte a rivivere».

    Un elemento centrale del rito è proprio l’aravà, il salice delle hoshanot, attorno al quale un testo di halakhà romana del XIII-XIV secolo raccoglie usi e divieti della tradizione ebraico-romana. Dopo essere stati battuti a terra, i rami non vengono raccolti: le foglie cadute rappresentano simbolicamente i peccati lasciati alle spalle e, per questo motivo, non devono essere riutilizzate.

    Con Shemini Atzeret l’atmosfera cambia. Anche se arriva subito dopo Sukkot, è una festa indipendente, che segna la fine del ciclo delle festività autunnali. «Non ci sono usi particolarmente caratterizzanti: è l’ottavo giorno di chiusura, una festa che si vive soprattutto in famiglia, in attesa del giorno successivo» spiega Rav Funaro.

    Infine, a conclusione di queste giornate, arriva Simchat Torah, una festa che rappresenta il continuo legame con la Torà: si conclude la lettura del libro di Devarim e si ricomincia subito con Bereshit. «Lo studio della Torà, infatti, non si ferma mai e i suoi insegnamenti si rinnovano continuamente». È questo il senso della festa, celebrata con le sette hakafot, i giri intorno alla tevà con i Sifrè Torà, tra preghiere e danze.

    Tra i canti ce n’è uno che ha un posto speciale nella tradizione: «Si intona lo Yafuzu Oyevecha, un canto ormai diventato un inno per gli ebrei di Roma. Un tempo si cantava solo a Simchat Torah, ma negli ultimi anni è stato introdotto anche a Yom Kippur come canto aggiuntivo», conclude Rav Funaro. Un segno di come la tradizione continui a rinnovarsi senza mai spezzare il filo che la lega al passato, proprio come la lettura della Torà, che non conosce mai una vera fine.

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