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    IDEE - PENSIERO EBRAICO

    Sukkot e Israele, la precarietà come destino e come lezione

    Fra i popoli dell’umanità è molto difficile trovarne un altro che abbia conservato la propria continuità storica, linguistica, culturale e religiosa per oltre trenta secoli come ha fatto quello ebraico. A questa considerazione molto nota bisogna aggiungere però che tale continuità non si è purtroppo quasi mai realizzata nella calma e nella sicurezza, ma è stata faticosamente custodita nella precarietà ricorrente, che spesso ha sconfinato nel disastro. Esili e cacciate, stragi, domini stranieri, divisioni, fughe, genocidi più o meno completi punteggiano tutta la storia ebraica a partire dall’Esodo dall’Egitto. Come rimedio e rifugio ideale rispetto alla dispersione e all’oppressione il popolo ebraico ha sempre mantenuto l’orientamento verso la Terra di Israele, ricordandolo letteralmente ogni giorno come il luogo necessario della propria identità, dove ritornare e cercare la tranquillità e la sicurezza. Questa aspirazione al radicamento in Terra di Israele permea tutto il pensiero e la liturgia ebraica, proprio perché la consapevolezza della precarietà è così acuta e ineludibile. Le capanne di Sukkot, fragili e precarie ma resistenti al vento, ne sono un simbolo eminente.

    La costruzione dello Stato di Israele, dalle prime utopie di Theodor Herzl alla scelta coraggiosa di Ben Gurion, risponde a questa intuizione: solo installandosi nella sua terra avita e costituendosi in una dimensione statuale autonoma il popolo ebraico può sperare di sfuggire alla precarietà che lo ha afflitto nella diaspora e dai disastri conseguenti. Ma naturalmente questa stabilità va conquistata tenendo sempre presenti i pericoli sperimentati nei millenni, non illudendosi che si possa dare per scontata qualunque stabilità. È l’immagine del “muro di ferro” di Vladimir Jabotinsky, applicata anche dai suoi avversari laburisti salvo che nel periodo dell’illusione della pace per gli accordi di Oslo: l’esistenza dell’insediamento ebraico in Israele è precaria e può essere garantita solo da una continua difesa militare. Si tratta di una condizione di allarme permanente che pochi Stati al mondo conoscono, perché quasi sempre, anche se sperimentano conflitti territoriali o economici con i vicini, la loro esistenza non è in gioco. Per Israele invece dai tempi della Guerra di Indipendenza o anche prima, dai pogrom arabi a partire dal 1921 vi è sempre stata un’esplicita minaccia genocida da contrastare. Come disse una volta Golda Meir: «Se gli arabi deponessero le armi oggi, non ci sarebbe più violenza. Se gli ebrei deponessero le armi oggi, non ci sarebbe più Israele». Questa asimmetria vale ancora oggi, includendo l’Iran. Ma, per fortuna, oggi vi sono diversi Paesi che in maniera diversa, magari anche mantenendo una diffusa ostilità per lo Stato ebraico, hanno accettato di “deporre le armi”. Così l’Egitto e la Giordania, i più freddi, hanno tenuto fede ai trattati di pace risalenti rispettivamente al 1979 e al 1994; i Paesi del “Patto di Abramo” (2020), cioè Emirati, Marocco, Bahrein, Sudan, potenzialmente l’Arabia Saudita, hanno sviluppato rapporti commerciali, turistici e talvolta anche militari; per tutti costoro non c’è stato alcuno scontro durante la guerra iniziata il 7 ottobre. In Siria e soprattutto in Libano l’esercito israeliano ha dovuto agire per eliminare nuclei terroristici, ma con questi due Paesi sono in atto negoziati più o meno scoperti, che possono portare prima o poi a trattati di pace. Insomma, si intravede la strada per una normalizzazione dei rapporti fra Israele e buona parte del Medio Oriente e si può sperare che mentre lo Stato ebraico si avvicina agli ottant’anni, la sua stabilità e integrazione nella regione siano finalmente riconosciute. Ma la lezione di Sukkot non si cancella per questo: nuovi nemici, come la Turchia, si fanno avanti e sul destino storico del popolo ebraico si proietta sempre l’ombra della precarietà e il bisogno di lavorare su molti piani per mantenere la propria sicurezza e la propria identità.

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