
Pubblichiamo il discorso del Rabbino Capo di Roma Rav Riccardo Shemuel Di Segni, nell’ora di Neillà durante lo Yom Kippur 5787.
Nelle selichòt di questi giorni abbiamo ripetuto tante volte questa richiesta:
עֲשֵׂה-עִמִּי אוֹת לְטוֹבָה “dammi un segno buono”, presa dal Salmo 86:17.
La frase continua con le parole: וְיִרְא֣וּ שֹנְא֣י וְיבֹֹ֑שׁוּ כִי־אתִּ֥ה ה’ עֲזרְתִּ֥נִי וְנִחמְתנִי “che i miei nemici vedano e si vergognino, perché tu o Signore mi hai aiutato e consolato”. È la preghiera di un singolo tormentato, ma è anche la preghiera di un’intera collettività. Spiega il midrash (Shochar Tov) che i nemici affermano che Israele è sempre colpevole e imperdonabile, e allora c’è bisogno di un segno per smentirli. Quando esisteva il Tempio di Gerusalemme, proprio nel giorno di Kippùr, c’era un segno visibile: sulle corna del capro destinato all’Azazel veniva legato un nastro di lana tinto di rosso, e la metà veniva tagliata e esposta nell’atrio del Tempio; una volta gettato il capro nel dirupo del deserto il colore della lana diventava bianco, a segno dell’espiazione ottenuta (come diceva il profeta Isaia, 1:18: “anche se i vostri peccati saranno come la porpora, diventeranno bianchi come la neve”) e la metafora diventava un segno visibile. Racconta il Talmud (Yomà 86 a) che qualche volta però il segno non funzionava, il colore non cambiava e la gente si disperava. Allora provarono a nascondere il nastro all’interno del Tempio, ma c’era ancora chi riusciva a sbirciare e riferire. Fu quindi deciso che il nastro fosse legato a una roccia sul ciglio del dirupo, lontano dagli occhi della gente, visibile solo all’incaricato di far precipitare il capro.
Questo racconto, letto ai giorni nostri, fa molto pensare. In ogni momento della nostra storia c’è sempre stato qualcuno che ha detto che Israele è colpevole e imperdonabile, ogni volta per un motivo differente, e sappiamo in questi giorni in che modi viene declinato questo tema. Ognuno ha le sue colpe, e se facciamo Kippùr è proprio per questo, ma l’accusa ad Israele è sempre carica di odio, mascherato da buone intenzioni. L’accusa ci tormenta e vorremmo un segno pubblico di smentita, ma oggi non c’è il nastro di lana rossa, che neppure ai tempi del Tempio funzionava tanto. Spiegano i Maestri che “i nostri nemici si vergogneranno, perché tu o Signore chi hai aiutato -a Rosh haShanà- e ci hai consolato -a Kippùr-”. In queste parole c’è già la risposta. Non abbiamo bisogno della lana rossa che diventa bianca; che i nemici continuino a pensare di noi quello che vogliono; la cosa dipende da noi e dall’incontro con il sacro che ci viene proposto in questi giorni.
“Cercate il Signore quando si fa trovare, chiamatelo quando è vicino” (Isaia 55:6). Il Signore, in realtà, se Lo cerchiamo bene si fa trovare sempre, ed è sempre vicino. Ma in questi giorni speciali è come se fosse più raggiungibile e vicino a ognuno. Perché è la forza di una collettività che coglie l’opportunità di momenti speciali a renderceLo più vicino. Insieme siamo più forti e vicini a Lui. Desiderosi di cambiare in meglio, siamo ancora più forti e vicini.
Non desidero mettermi a parlare di filosofia in un momento come questo, anche perché non ne ho le competenze, ma vorrei solo lanciare un segnale semplice e molto comprensibile: I filosofi si sono chiesti a lungo “Di cosa posso essere assolutamente certo?” oppure “Esiste una verità che non si può mettere in dubbio?”. E la risposta famosa di Cartesio fu la frase Cogito ergo sum, “se penso vuol dire che sono”. La risposta ebraica a questa domanda è un’altra: se sono capace di fare teshuvà, allora vuol dire che sono, che sono vivo.
È la risposta di queste ore di fine Kippùr, in cui ripeteremo la frase: חותמנו בספר החיים “sigillaci nel libro della vita”. Torniamo ad Hashèm e Lui ci farà vivere. E sarà la nostra risposta, individuale e collettiva, di ritorno da strade sbagliate, di recupero della nostra identità e delle nostre tradizioni, la vera smentita di coloro che ci accusano, che proiettano su di noi i loro problemi, che hanno bisogno di qualcuno da non perdonare.
Cerchiamo di vivere queste ultime ore del Kippùr con partecipazione, con commozione, con gioia intima e buoni propositi e che la berakhà del kohèn raggiunga tutti.
חתימה טובה, תזכו לשנים רבות













