
La propaganda antisraeliana
La spaventosa diffusione dell’odio per gli ebrei e per Israele dopo il 7 ottobre, con il successo mondiale della falsa propaganda sul “genocidio” di Gaza, sulla “fame” che vi regnerebbe contro tutte le smentite, sulla rappresentazione di Israele come esercito che colpirebbe deliberatamente e indiscriminatamente i bambini palestinesi, hanno sorpreso molte persone di buona volontà come se questo antisemitismo fosse sorto dal nulla, o piuttosto diffuso di nuovo improvvisamente come un fantasma uscito dalla bottiglia di cui era prigioniero. Ma le cose non stanno così. L’odio antiebraico è certamente esploso in concomitanza con il sanguinoso attacco di Hamas: bisogna ricordare che le prime manifestazioni contro il “genocidio” si sono svolte in molte città europee e americane già pochi giorni dopo il 7 ottobre, prima ancora dell’inizio della campagna militare di terra israeliana. Ma questo ha numerosi precedenti anche prossimi, ben più recenti della propaganda nazista, per non parlare delle calunnie medievali, che pure l’antisemitismo contemporaneo palesemente riproduce.
Durban 2001
L’esempio più vistoso è la conferenza di Durban, di cui in questi giorni ricorre il venticinquesimo anniversario. Si tratta di una riunione internazionale, convocata sotto il nome pomposo di “Terza Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza”, organizzata dalle Nazioni Unite a Durban, in Sudafrica, dal 31 agosto al 7 settembre 2001. Il che accadde per un caso che dà da pensare solo pochi giorni prima dell’attacco all’America dell’11 settembre. La conferenza, che in teoria doveva occuparsi di problemi molto generali di discriminazione, fra cui certamente ha da sempre un posto preminente l’antisemitismo, si risolse in una ininterrotta manifestazione di odio per il popolo ebraico. Come ha scritto Fiamma Nirenstein che vi assistette come giornalista, fu “la moderna Wannsee che ha programmato la distruzione contemporanea del popolo ebraico”. Wannsee, per chi non lo ricordasse, è il sobborgo di Berlino dove il 20 gennaio 1942 quindici alti funzionari nazisti si riunirono per stabilire le procedure e i metodi del genocidio degli ebrei.
Lo svolgimento della conferenza
Chiaramente Durban ebbe un carattere assai diverso da Wannsee: non segreto e organizzativo, ma pubblico e politico. L’Alta commissaria ONU per i diritti umani, l’irlandese Mary Robinson che organizzò la conferenza, ebbe l’idea di far arrivare nella città sudafricana affacciata sull’Oceano Indiano, oltre ai rappresentanti dei Paesi rappresentati all’Onu, circa 3000 associazioni e Ong, che presero in mano la conferenza, sostituirono o eclissarono i dibattiti diplomatici con manifestazioni di piazza e soprattutto riuscirono a spostare il tema dell’incontro focalizzandolo solo sui rapporti fra Israele e “popolo palestinese”, anzi sulle colpe dello Stato ebraico nei confronti di quello, sostenendo univocamente la tesi oggi del tutto diffusa che “il sionismo è una forma di razzismo”, che lo Stato di Israele non ha diritto di esistere perché ha “rubato le terre arabe”, che lo Stato palestinese è un “diritto inalienabile” e dunque che è necessario lottare per una “Palestina libera dal fiume al mare”, come si grida ancora oggi per le piazze di tutto il mondo. Il clima della conferenza era tale che non solo Israele, ma anche gli Usa, guidati allora dal moderato George W. Bush, scelsero di ritirarsi, e anche molti paesi europei (fra cui l’Italia) decisero di non partecipare alla sua continuazione (Ginevra 2009). Il documento che uscì dalla conferenza (Dichiarazione e Programma d’azione di Durban) fu formulato in termini più diplomatici e meno di piazza, ma sostanzialmente ne riprendeva i contenuti.
I precedenti
Ma anche Durban non usciva dal nulla. L’Assemblea Generale dell’Onu come molti dei suoi organi (UNESCO, UNRWA, commissione dei diritti umani) ha approvato letteralmente molte centinaia di documenti contro Israele e continua a farlo in maniera quasi automatica ogni anno. La mozione più significativa fu quella numero 3379 del 10 novembre 1975 (poi revocata nel 1991) in cui si proclamava per la prima volta ufficialmente che il sionismo era una forma di razzismo. Essa, come tutte le altre è il frutto di un’alleanza quasi automatica di Paesi comunisti (e poi di alcune dittature postcomuniste come la Russia attuale), di Paesi arabi e terzomondisti, cui negli ultimi decenni si è unita in parte anche l’Europa. Anch’essa oggi ritiene di avere il compito altamente morale di isolare Israele, in quanto Stato democratico e occidentale, e di schierarsi per la costruzione di uno Stato palestinese in teoria convivente con esso ma in pratica votato a distruggerlo e sostituirlo. Questo atteggiamento si è poi riflesso in moltissimi episodi di antisionismo/antisemitismo, fra cui quelli del 1982, quando Israele fu imputato unanimemente di una strage in cui i suoi soldati non avevano sparato neanche un colpo, quella compiuta dai cristiani maroniti del Libano tra il 16 e il 18 settembre 1982 a Beirut, in Libano, nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Shatila, per vendicarsi di un attentato che aveva ucciso due giorni prima il loro leader e presidente eletto del Libano, Bashir Gemayel. Dato che l’esercito israeliano in quel momento occupava Beirut, i media ignorarono la realtà dei fatti e decisero che la responsabilità era di Israele. Ne uscì una campagna di stampa quasi altrettanto pesante di quella in corso oggi, con alcuni attentati, fra cui quello che il 9 ottobre dello stesso anno fece strage al Tempio maggiore di Roma, uccidendo il piccolo Stefano Gaj Taché.
Quel che ci insegna Durban
Ripensare alla conferenza di Durban oggi ci aiuta a capire anche l’ondata di antisemitismo attuale. Innanzitutto ci fa capire che vi è una continuità e una dimensione internazionale nelle campagne contro Israele e gli ebrei che non si è mai interrotta, anche se in certi momenti appare più potente e in altri resta sottotraccia. Ma ci permette anche di individuare come queste campagne, che una volta si legavano alla religione (con l’accusa di “deicidio”) o al carattere “antiquato” e “insufficientemente illuminato” del popolo ebraico, o al suo “parassitismo economico” o al suo “sovversivismo” o infine alla “razza inferiore”, a partire da qualche decennio si ammantino di vesti “umanitarie” e dichiarino che gli ebrei non hanno diritto a uno stato o a un’identità nazionale perché sono “oppressori”, “colonialisti”, “razzisti” e addirittura -con una atroce inversione che fu lanciata proprio a Durban- “nazisti”. È questa concezione unilaterale e menzognera dei diritti umani, finanziata da immense campagne di stampa e di relazioni pubbliche, ciò che ci troviamo ad affrontare oggi e a cui dovremo resistere anche in futuro.
Foto: UN Photo / Wikimedia Commons / Licenza: CC BY-SA 4.0













