
Il rifiuto
“Netanyahu rifiuta il piano di pace di Trump” hanno titolato ieri buona parte dei media italiani e in genere occidentali. C’è in questi titoli e nel concetto che essi cercano di stabilire una doppia mancanza, cioè una sostanziale falsità. In primo luogo, è vero che Netanyahu ha dichiarato formalmente in apertura del Consiglio dei ministri di domenica scorsa il suo rifiuto: “Ho sentito dire che non l’avevo voluto dire e allora lo dichiaro di nuovo: Israele rifiuta il documento in quindici punti. Le Forze di Difesa Israeliane non effettueranno alcun ritiro finché Hamas non sarà disarmato. E quando dico che Hamas deve essere disarmato, intendo le armi pesanti, le armi leggere, tutte le armi. E stiamo parlando di un disarmo autentico, non di uno fittizio”. Ma, come si vede dalla frase iniziale di questa dichiarazione, Netanyahu era stato criticato da molti esponenti dell’opposizione per non aver rifiutato con sufficiente chiarezza il piano. In realtà esso è rigettato non solo dal Primo ministro e da tutto il governo, ma da tutti i partiti dell’opposizione salvo gli arabi, da Bennett, Lapid, Eisenkot, Liberman, perfino dalla sinistra estrema di Yair Golan. A meno di ottanta giorni dalle elezioni, nessun partito si sente di presentarsi come favorevole a questo documento, perché tutti sanno benissimo che non sarebbero perdonati dall’elettorato se lo facessero. È la grande maggioranza del pubblico israeliano, non solo Netanyahu a rifiutarlo.
La provenienza del piano
Il secondo errore sta nell’attribuzione del piano a Trump. È vero che “fonti americane” (ma non lui stesso direttamente come usa fare nelle questioni che gli interessano davvero) hanno fatto sapere che il presidente americano sarebbe “molto scontento” se il piano fosse stato rifiutato; ma l’autore del testo ha un altro nome e un’altra identità: è il diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov, già ministro degli Esteri del suo Paese, deputato europeo e inviato speciale dell’Onu per il Medio Oriente, che Trump ha scelto a gennaio come “Direttore generale” del “Board of Peace” per Gaza. Quello di cui si parla è un piano di attuazione (una “roadmap”, come viene definita ufficialmente) del piano in 20 punti, questo sì di Trump, formulato a settembre 2025, che fu approvato con un comunicato solenne il 25 ottobre scorso a Sharm el Sheikh da Trump, dal presidente egiziano al Sisi, da quello turco Erdogan e dal premier del Qatar. Questo piano prevedeva il disarmo di Hamas e delle altre fazioni terroristiche al punto 13: “Hamas e le altre fazioni accettano di non avere alcun ruolo nel governo di Gaza, né diretto né indiretto, né in alcuna forma. Tutte le infrastrutture militari, terroristiche e offensive, inclusi tunnel e impianti di produzione di armi, saranno distrutte e non ricostruite. Ci sarà un processo di smilitarizzazione di Gaza sotto la supervisione di osservatori indipendenti, che includerà la messa fuori uso permanente delle armi tramite un processo concordato di dismissione”. Tutto ciò in realtà non è avvenuto negli otto mesi trascorsi da allora. E sono stati di nuovo i “mediatori” ostili a Israele e protettori di Hamas (Qatar, Turchia, Egitto) a “convincere” il gruppo terroristico ad accettare la roadmap, che rappresenta un adattamento del piano precedente ai suoi progetti. E già questa provenienza di un documento che non è stato negoziato con Israele ma proposto come “da prendere o lasciare” che induce al sospetto.
Il testo
Ma poi se si va a leggere il testo, il sospetto di un inganno diventa una certezza. All’articolo 8 per esempio si legge: “Il processo di dismissione e stoccaggio di armi pesanti, siti di produzione militare, depositi di armi e tunnel avrà inizio dopo il completamento degli impegni rimanenti previsti dal Protocollo di Sharm Sheikh, l’ingresso del NCAG [Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, “un organismo palestinese transitorio, tecnocratico e apolitico”] e il dispiegamento delle Forze Internazionali di Stabilizzazione (ISF). Tale processo sarà amministrato e attuato dal NCAG in modo graduale, sequenziale […]. Questo processo sarà collegato al ritiro israeliano, in fasi, dalle aree sotto il suo controllo a Gaza e alla dismissione delle milizie armate […]. Le fazioni palestinesi parteciperanno a questo processo e nessuna arma sarà trasferita o consegnata a Israele o a soggetti non palestinesi”. Le armi cioè saranno consegnate chissà quando e chissà a chi, a chiunque ma non a Israele, e saranno “stoccate”, non si dice “distrutte”; ma solo quelle “pesanti” perché l’articolo 9 stabilisce che “le armi personali a Gaza sono soggette alle normative delle leggi palestinesi pertinenti”, le quali, come l’esperienza insegna, non hanno mai impedito ai terroristi di possederle e farne uso. Quanto ai tunnel, Mladenov ha suggerito in un’intervista che per distruggerli ci vorranno “circa dieci anni”. Senza entrare in troppi dettagli, l’articolo 7 stabilisce al posto dell’esilio dei terroristi che abbiano consegnato le armi come si stabiliva nel piano originale, ci “sarà” un controllo sulla polizia di Gaza, eseguito chissà quando dal solito comitato nazionale palestinese, e quanti non lo supereranno, saranno messi a riposo sempre secondo le leggi palestinesi”. Dei terroristi non poliziotti non si parla. Intanto Israele sarebbe obbligato a smettere le operazioni contro Hamas, salvo pericolo imminente (e questo in parte negli ultimi giorni è avvenuto, per forte pressione dell’amministrazione americana) e in seguito a ritirarsi dalle zone di Gaza che controlla, in concomitanza con la realizzazione della roadmap (e questo è stato escluso da Netanyahu). Il controllo di tutto il processo dovrebbe essere affidato a un International Verification Committee, formato da rappresentanti del Board of Peace, Stati garanti (fra cui Egitto, Qatar e Turchia) e membri della forza di sicurezza internazionale. Anche questo è stato escluso da Netanyahu.
Le ragioni della trappola
Come giudicare questo piano, presentato in questo momento? È chiaro che Trump vuole accreditarsi un altro passo per la “pacificazione” e la “ricostruzione” di Gaza. Ma lo fa sotto pressione di governi non certamente amici di Israele come Qatar, Turchia ed Egitto e probabilmente come un possibile elemento dello scambio che cerca di concludere con l’Iran, per dichiarare chiusa la guerra prima delle elezioni di Midterm. Probabilmente Trump ritiene che Hamas sia stato punito, indebolito a sufficienza e che abbia capito che non è suo interesse rinnovare la guerra, comunque è tornato sulla posizione tradizionale americana per cui lo Stato ebraico “non deve vincere troppo”. Israele non vuole certamente rompere l’alleanza con un presidente che considera amico, ma capisce il Medio Oriente in modo completamente diverso, sa che ai fanatici islamisti a Gaza come in Libano e in Iran non interessa il calcolo economico dei benefici e delle perdite ma solo l’avvicinamento all’obiettivo, che è la distruzione di Israele, costi quel che costi. E dunque per ottenere la pace non basta fidarsi della “deterrenza” o della non convenienza economica, come pure riteneva la famigerata “koncepzia” diffusa nelle agenzie di sicurezza israeliana prima del 7 ottobre. Oggi Israele ha capito che non c’è modo di convivere con organizzazioni terroristiche che vogliono distruggerlo come Hamas, Hezbollah, il regime iraniano. E per questa ragione il piano di Maldenov, sotto l’intento ufficiale di pacificare la Striscia e di fornire sicurezza anche a Israele, è una trappola pericolosa.
Photo Credit: Haim Zach, Israel Government Press Office














