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    Cultura

    Amore per l’arte

    La Giornata Europea della Cultura Ebraica, dedicata quest’anno al tema dell’amore, offre l’occasione per riflettere su uno dei concetti più profondi e universali della tradizione ebraica.

    L’ahavah, infatti, non coincide semplicemente con il sentimento amoroso, ma esprime una dimensione che attraversa l’intera esperienza umana mediante il rapporto con l’altro, il legame con la comunità e la relazione con il divino. È un principio etico e spirituale che si traduce nella responsabilità reciproca, nella memoria condivisa e nella capacità di costruire relazioni autentiche.

    Anche l’arte del Novecento ha saputo in alcuni casi dare forma a questa idea, trasformando l’amore in un linguaggio capace di coniugare tradizione e contemporaneità.

    Emblematica in questo senso è Ahava, la versione ebraica di Love del protagonista della Pop Art americana Robert Indiana. Realizzata nel 1977 per l’Israel Museum di Gerusalemme, l’opera sostituisce alla parola inglese il termine ebraico “אהבה”, compiendo molto più di una semplice traduzione semantica, dove le quattro lettere trascendono la dimensione linguistica per farsi espressione di identità, memoria e appartenenza. Modellata nell’acciaio corten e immersa nel paesaggio di Gerusalemme, la scultura instaura un dialogo tra materia e trascendenza, tra la città e la sua storia, configurandosi come una soglia in cui il linguaggio contemporaneo incontra la tradizione biblica.

    Questa stessa tensione attraversa anche la ricerca di Mordechai Ardon, nato in Galizia e tra i maggiori interpreti dell’arte israeliana del Novecento. Nella sua pittura, profondamente segnata tanto dalla mistica ebraica quanto dall’esperienza del Bauhaus, l’Aleph, prima lettera dell’alfabeto ebraico, diventa simbolo dell’origine, della creazione e dell’unità del mondo. Non è casuale che proprio con questa lettera inizi la parola ahavah. L’amore si rivela così principio originario, fondamento del linguaggio e della relazione, capace di congiungere la dimensione umana e quella divina.

    Photo credit: Mordechai Ardon, Aleph, 1980-81, Jewish Museum, New York

    La dicotomia tra corporeità e spiritualità trova una delle sue espressioni più alte nello Shir haShirim, il Cantico dei Cantici. Tradizionalmente attribuito a re Salomone, il testo è letto al tempo stesso come il canto dell’amore tra due esseri umani e come allegoria del rapporto tra D-o e il popolo d’Israele.

    Photo credit: Zeev Raban, Shir haShirim, Judaica Bezalel, Jerusalem

    Le celebri tavole realizzate nel 1923 da Zeev Raban, tra i principali protagonisti della Scuola Bezalel di Gerusalemme, restituiscono visivamente questa duplice dimensione, fondendo influenze europee e mediorientali in un linguaggio artistico che diventa metafora di rinascita, appartenenza e identità condivisa.

    Le opere di Indiana, Ardon e Raban mostrano come l’arte possa trasformare l’amore in una forza generativa di memoria e futuro.

    In un tempo attraversato da conflitti, fratture e incomprensioni, esse ricordano che l’ahavah è anzitutto un legame tra le persone, tra l’uomo e il divino, tra la storia e il presente.

    È questo il significato più profondo della Giornata Europea della Cultura Ebraica, offrire attraverso il patrimonio culturale e artistico dell’ebraismo un’occasione di incontro, dialogo e conoscenza reciproca, nella consapevolezza che proprio la conoscenza rappresenti una delle forme più autentiche dell’amore.

    Giorgia Calò

    Direttore del Centro di Cultura Ebraica

    Foto credit in copertina: Robert Indiana, AHAVAH, 1977-78, Israel Museum, Jerusalem

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