
C’è una domanda che mi viene fatta spesso durante i corsi di cucina. “Come faccio a non sporcarmi le mani?” Ogni volta sorrido, perché la risposta è sempre la stessa: non puoi.
Se vuoi preparare degli gnocchi, intrecciare una challah o impastare dei biscotti, la farina finirà inevitabilmente sulle dita, sul grembiule e probabilmente anche sul piano della cucina. È parte del processo. Nessun cuoco esperto si preoccupa di avere le mani sporche mentre lavora; sa che sarebbe molto più strano il contrario. Eppure, fuori dalla cucina, passiamo gran parte della vita cercando di non sporcarci le mani.
Abbiamo paura di sbagliare, di fare una figuraccia, di chiedere scusa, di affrontare una conversazione difficile. Preferiamo rimandare, aspettare il momento perfetto, sentirci completamente pronti. Ma quel momento, quasi sempre, non arriva. Forse è anche per questo che Elul è uno dei mesi che amo di più. Non ci chiede di presentarci davanti ad Hashem già perfetti. Ci chiede semplicemente di iniziare il lavoro.
Quando il Rambam descrive la teshuvà non parla di persone impeccabili. Parla di persone vere. Persone che riconoscono di aver sbagliato, che provano a riparare e che, quando la vita le mette nuovamente davanti alla stessa scelta, decidono finalmente di percorrere una strada diversa. È un’immagine che mi rassicura molto, perché significa che Hashem non si aspetta un miracolo improvviso, ma un percorso sincero.
Mi viene spesso da pensare che la teshuvà assomigli proprio a un impasto.
All’inizio è disordinato. Si attacca dappertutto. Ti fa dubitare di aver sbagliato le dosi. Poi continui a lavorarlo e, quasi senza accorgertene, cambia consistenza. Diventa elastico, morbido, vivo. Non c’è un momento preciso in cui avviene la trasformazione. Succede perché hai continuato a impastare. Anche il nostro cuore cambia così.
Non dopo una grande decisione presa una sera di Elul, ma dopo tante piccole scelte quotidiane. Una parola detta con più gentilezza. Una telefonata che continuiamo a rimandare. Cinque minuti di Torah anche quando siamo stanchi. Una richiesta di perdono che ci costa un po’ di orgoglio. Sono gesti che, presi uno alla volta, sembrano quasi insignificanti. Ma è proprio così che cambia un impasto. È proprio così che cambia una persona. E allora forse dovremmo smettere di preoccuparci se durante il cammino ci sporchiamo un po’ le mani. Perché le mani perfettamente pulite, molto spesso, raccontano soltanto una cosa: che non hanno costruito nulla.
Per questa settimana ho scelto di preparare degli gnocchi fatti a mano. Ogni volta che li preparo penso a quanto siano imperfetti. Nessuno è identico all’altro e, se li osservassimo da vicino, troveremmo mille piccoli difetti. Eppure sono proprio quelle imperfezioni a raccontare che qualcuno li ha creati con le proprie mani. Forse anche Hashem guarda la nostra teshuvà con lo stesso sguardo: non cercando la perfezione, ma la sincerità di chi ha avuto il coraggio di mettersi al lavoro.
Gnocchi di patate fatti a mano
Ingredienti per 4-6 persone:
- 1 kg di patate farinose (Russet, Kennebec o simili)
- 250-300 g di farina 00 (la quantità dipende dall’umidità delle patate)
- 1 uovo medio (facoltativo, ma consigliato se sei alle prime armi)
- 10 g di sale fino
- Farina extra per il piano di lavoro
Preparazione:
Lavate accuratamente le patate e cuocetele con la buccia in abbondante acqua fredda leggermente salata. Dal bollore ci vorranno circa 35-45 minuti, a seconda della grandezza. Dovranno essere morbide ma non sfatte.
Scolatele, lasciatele intiepidire qualche minuto e pelatele quando sono ancora calde.
Passatele subito nello schiacciapatate direttamente sul piano di lavoro o in una ciotola ampia. Allargatele delicatamente e lasciatele raffreddare completamente: questo passaggio permette di eliminare l’umidità in eccesso e ottenere gnocchi più soffici.
Quando le patate sono fredde, aggiungete il sale, l’uovo e circa tre quarti della farina. Impastate molto delicatamente, aggiungendo la farina rimasta solo se necessario. L’impasto deve risultare morbido, appena lavorabile e non appiccicoso.
Illustrazione di Ludovica Anav













