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    ITALIA

    La propaganda pro-Pal negli aeroporti. Il caso Cagliari. “È caccia all’ebreo”

    La propaganda pro-Pal irrompe anche negli aeroporti italiani, trasformando luoghi di transito obbligatorio in presidi contro i passeggeri provenienti da Israele. Una protesta che, in termini numerici, coinvolge poche persone, ma che secondo l’Associazione Chenàbura desta preoccupazione per la deriva che rappresenta: quella di trasformare la contestazione politica alle scelte del governo israeliano in una stigmatizzazione di cittadini israeliani, individuati e contestati semplicemente per la loro provenienza. È la denuncia che arriva dalla Sardegna, dove da settimane gli arrivi dei voli provenienti da Israele sono accompagnati da presidi di associazioni pro-Palestina. Il caso più evidente è quello dell’aeroporto di Cagliari-Elmas, dove le mobilitazioni si concentrano in coincidenza con l’arrivo dei voli da Israele. Ma le proteste hanno interessato anche altri scali italiani, tra cui Roma Fiumicino, Milano Linate, Venezia e Verona, nell’ambito delle iniziative organizzate contro i collegamenti aerei con Israele.

    A Cagliari, secondo la ricostruzione dell’Associazione Chenàbura, i presidi vanno avanti dall’apertura della stagione estiva e si concentrano in particolare tra il giovedì e la domenica, quando arrivano i voli provenienti da Israele. Nel comunicato diffuso il 19 agosto, l’associazione denuncia quello che definisce senza mezzi termini “un triste spettacolo di una caccia all’ebreo”, sostenendo che dietro l’utilizzo di termini come “sionista” o “israeliano” si possa celare, in alcuni casi, la volontà di identificare e colpire persone semplicemente per la loro origine. A raccontare cosa sta accadendo nello scalo sardo è Alessandra Addari, giornalista e segretaria dell’Associazione Chenàbura, che descrive una situazione che, a suo giudizio, non avrebbe più nulla a che vedere con la contestazione delle politiche di un governo.

    “Dal 16 maggio, cioè dall’apertura della stagione estiva, i voli provenienti da Israele sono diventati sistematicamente bersaglio di presidi. Dal giovedì alla domenica, le associazioni pro-Palestina si presentano all’arrivo di questi voli. Ci mandano mail sostenendo che non sia accettabile che militari israeliani vengano a “decomprimere” in Sardegna dopo aver ucciso a Gaza. Ma la realtà è che su quei voli arrivano soprattutto famiglie con bambini e ragazzi, persone anziane, semplici turisti. E spesso vengono accolti al grido di “Free Palestine” e di altri insulti poco lusinghieri” ha detto a Shalom. Secondo Addari, la situazione avrebbe portato l’associazione a rivolgersi alle autorità: “L’unica cosa che abbiamo potuto fare è stata chiedere alla Questura di spostare il presidio fuori dall’aeroporto, ma non è servito a nulla. Abbiamo chiesto un intervento immediato delle istituzioni, ma anche in questo caso non abbiamo ricevuto risposta”.

    La denuncia riguarda anche ciò che accadrebbe al di fuori dell’area immediatamente interessata dalla protesta: “Queste persone arrivano persino a infastidire gli autisti dei pullman, chiedendo loro dove siano diretti i passeggeri israeliani e in quali strutture alloggino. È diventata una vera e propria attività di propaganda all’interno dell’aeroporto”. Ed è proprio sulla trasformazione dell’aeroporto in luogo di propaganda che Addari pone una serie di interrogativi: “È possibile che un luogo di transito obbligatorio diventi il teatro di una propaganda politica? Com’è possibile che le autorità aeroportuali non intervengano? In Italia possiamo davvero accettare che una persona venga stigmatizzata per il luogo da cui proviene? Da quando la responsabilità delle azioni di un governo ricade su un intero popolo?”

    Il punto, per la segretaria di Chenàbura, è proprio questo: “Nel nostro Paese non si possono perseguire o discriminare le persone per il luogo da cui provengono. Qui non stiamo parlando di esponenti di un governo, ma di passeggeri che arrivano in Sardegna. Persone che hanno il diritto di viaggiare, di trascorrere una vacanza e di essere accolte senza essere trasformate nel bersaglio di una protesta politica”. L’associazione sostiene quindi che la protesta finisca per colpire i passeggeri “per ciò che sono e non per ciò che fanno”. “Chiediamo che le istituzioni prendano finalmente posizione di fronte a questa sorta di ipnosi collettiva, ormai completamente sganciata dalla realtà, alla quale sembra che nessuno riesca più a sottrarsi. È assurdo che questa situazione negli aeroporti sia stata normalizzata”, conclude Addari.

    La denuncia di Chenàbura insiste dunque sulla distinzione tra il diritto di manifestare contro il governo israeliano e il diritto dei singoli cittadini a non essere discriminati sulla base della propria nazionalità o della propria identità presunta. “Contestare le decisioni di un governo è una cosa – è il ragionamento dell’associazione – trasformare un aeroporto in un luogo nel quale individuare, seguire e stigmatizzare persone perché israeliane è un’altra”. Nel documento diffuso il 19 agosto, Chenàbura richiama inoltre la normativa italiana in materia di discriminazione, citando l’articolo 604-bis del Codice penale e l’articolo 43 del Testo unico sull’immigrazione.

    La questione posta dall’associazione non riguarda dunque la legittimità del dissenso nei confronti della guerra a Gaza o delle politiche del governo israeliano, ma il confine oltre il quale la proganda politica rischia di trasformarsi in discriminazione individuale. E proprio su questo Chenàbura chiede una presa di posizione delle istituzioni: “Non possiamo accettare che l’aeroporto, un luogo pubblico e di passaggio obbligato, diventi uno spazio nel quale una persona viene giudicata, inseguita o additata semplicemente perché arriva da Israele”.

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